Brugnaro e lo stadio del basket «Conflitto d’interessi a Venezia»
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera on line, 5 febbraio 2018. Gli azzeccagarbugli della legalità formale. Il sindaco che "cede" le sue proprietà ad un blind trust ed ecco che formalmente è autorizzato a sponsorizzare gli investimenti sulle sue ex(?)aree. (m.p.r.)

«L’acquisto nel 2006, quei 44 ettari erano dello Stato. Il sindaco li ha acquistato per la cifra di cinque milioni. «Su quell’area non farò nulla», prometteva parlando dei suoi terreni. Ora spinge per costruire un palasport. Show in Consiglio tra lacrime e coppe».


«Su quell’area non farò nulla. Perché è giusto. Sarebbe un conflitto di interessi. Questo lo chiariamo subito. Molto chiaro». Manco il tempo che la consigliera pd Monica Sambo diffonda la registrazione del solenne giuramento fatto in campagna elettorale dal sindaco Luigi Brugnaro e si leva tra i «brugnariani» una cagnara tale da coprire un fracasso di trombe, oboe e sassofoni. Impossibile risentire quell’imbarazzante impegno. Quanto a lui, se ne è già andato. Lasciando al suo posto, sulla poltrona di primo cittadino al centro del consiglio comunale, un suo totem: la coppa del campionato di basket vinto dalla Reyer. La sua squadra. Che vorrebbe giocare nel suo palazzetto. Costruito sul suo terreno (inquinato). Col suo via libera. Lungo il ponte che porta alla sua Venezia.

Un conflitto di interessi che spacca la città, invelenisce le opposizioni e pare al contrario un banale dettaglio ai tifosi locali, compatti nello spellarsi le mani a ogni passaggio del sindaco col groppo in gola («abbiamo portato qui lo scudetto dopo 74 anni!») e nel coprire di «buuuu» ogni contestazione. Resta il tema: è opportuna, ammesso sia legale, la spinta d’un sindaco a costruire sul suo terreno un palasport che dovrebbe aprire un varco per costruire poi nei dintorni, accusano i nemici del progetto, «un albergo da 700 camere, un centro commerciale, una casa di riposo di lusso per anziani, villette e il casino spostato da Tessera»?

Sì, risponde lui. Non dicevano forse Vittorio Valletta e Gianni Agnelli che «quel che fa bene alla Fiat fa bene anche all’Italia» o Silvio Berlusconi che «quel che fa bene a Mediaset fa bene anche al Paese»? Lui, il figlio di un operaio di sinistra e di una maestra, laureato in architettura e capace di strappare due anni e mezzo fa la città alla sinistra, pare convinto: gli interessi suoi e quelli di Venezia, vedi coincidenza!, coincidono. Al centro della polemica, come è noto, ci sono 44 ettari di terreno abbandonato a destra del Ponte della Libertà andando verso Venezia. Un terreno che apparteneva allo Stato e che lo stesso Brugnaro comprò nel 2006, quando faceva solo l’imprenditore e pareva non avere mire politiche, per cinque milioni. Unica offerta: «Ma i soldi bisognava averli». In origine doveva essere destinata a «Verde Urbano Attrezzato», come le vicine aree del Parco San Giuliano. Poi hanno cominciato a farsi largo altre ipotesi. Più ambiziose. Come quelle esposte nello studio dell’architetto Luciano Parenti. Le cui proiezioni futuristiche hanno entusiasmato gli «sviluppisti» e gelato il sangue agli ambientalisti.

Rovente già in campagna elettorale, quando il futuro sindaco spiegava d’aver comprato quegli ettari «perché non finissero in mano ai soliti speculatori milanesi o romani (li gestirò quando avrò finito di fare il sindaco») il tema è diventato sempre più rovente. Fino a deflagrare un mese fa quando Nicola Pellicani e Andrea Ferrazzi, del Pd, nella scia d’una dura opposizione e di una serie di «voci» sugli appetiti lagunari di Ching Chiat Kwong, chiesero in un’interrogazione se questo celebre magnate di Singapore avesse fatto davvero un’offerta per l’acquisto dell’area per una cifra esorbitante: da 150 a 200 milioni di euro. O addirittura, sospettano Giovanni Pelizzato (lista civica Casson) ed Elena La Rocca (M5S), oltre 360. Un affarone, per un terreno che ne era costati cinque. «Vergognatevi! È un modo oltraggioso e diffamatorio di affrontare le questioni!», tuona «Gigio» Brugnaro nel consiglio comunale convocato dagli oppositori (13 contro 23 a destra) raccogliendo le firme. E accusa: «Sono cose che fanno scappare gli investitori». Giura: «Bastava una telefonata! Non occorrevano le firme! Comunque è l’occasione per dare un parere pubblico e un’indicazione chiara in primis ai proprietari dell’area». Voce dal pubblico: «Ma se el paron ti xe ti!»

Ah, sospira il sindaco, che bello se tutti collaborassero come ai tempi di John Adams e «i rancorosi e gli invidiosi la smettessero»! Ironie a sinistra, entusiasmo a destra: «Siiiiii! Così!». «Quali conflitti d’interessi, accidenti! Quali? Perdere soldi ogni anno per difendere il futuro, per quel che si riesce, del vetro di Murano? La Reyer? Ecco: la Reyer, il mio cuore e la mia passione, costa milioni di euro all’anno senza alcun contributo pubblico, ha fatto sognare generazioni di veneziani!». Ma come: rinuncia allo stipendio, non chiede rimborsi spese, paga i parcheggi «come i normali cittadini» e gli tirano fuori sempre i conflitti di interessi? «Ho costituito, per primo, un “blind trust” dove sono state fatte confluire tutte le azioni delle aziende che possedevo e che saranno gestite da un trustee newyorkese, l’avvocato Ivan A. Sacks». Il tutto «per distaccarmi completamente dalle mie aziende». Pensava che le «cattiverie» finissero. Macché: ancora lì, Felice Casson e i grillini e gli altri a dirgli che un «fondo cieco» può andar bene «per la gestione di azioni ma lui, il sindaco-padrone, sa benissimo che qualunque cosa faccia quei terreni sono suoi».

Del resto, lo sa anche lui: «ad oggi, che mi sia dato sapere, non è stato siglato alcun accordo con investitori nazionali o internazionali». Ha saputo infatti «da notizie pubbliche» che la «società proprietaria» («cioè sempre ti!», ridono in fondo alla sala) «non ha conferito incarichi a chicchessia». Però, spiega tra i sospiri dei tifosi, la Federazione del basket ha comunicato che d’ora in avanti gli impianti sportivi devono contenere almeno 15.000 spettatori. Va fatto. Altrimenti, addio… Quindi? «Credo sia giunto il momento che il gruppo proprietario dell’area si senta libero, anzi si senta obbligato, ad agire per dare una prospettiva di rilancio dell’area in questione anche nell’interesse di tutta la comunità». Tombola! Parla proprio della terra sua». E non gli chiedano, come sindaco, di requisire l’area che possiede: «Costerebbe al Comune decine di milioni…». Conclusione: «Mi auguro che da questa discussione si confermi l’intenzione di presentare progetti e piani di valorizzazione per il recupero dell’area dei Pili, al fine di un suo disinquinamento e di un suo sviluppo all’interno del quale, io spero vogliano inserirci il nuovo palazzo dello sport, il più bello e moderno possibile». E lui, il padrone, se proprio il consiglio comunale insistesse per fare il palazzetto lì? Ma basta, non ha più tempo per ‘ste cose. Mette a sedere la coppa, si gira e se ne va.
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