Gli ikebiri chiedono all'Eni 2 milioni di euro di danni
Michele Luppi
Nigrizia, 11 gennaio 2018. Per proseguire l'insensato "sviluppo" dissipatore di tutte le risorse della Terra aggiungono, come "maledizione aggiuntiva, l'inquinamento dei terreni fertili che consentono la sopravvivenza alle persone e alla natura
«

Iniziato a Milano il processo civile contro l’azienda italiana da parte di una comunità del Delta del Niger che nel 2010 ha visto il suo territorio inondato di petrolio dopo un’esplosione di un oleodotto. L’Eni avrebbe violato la sua d
ue diligence».
I fatti risalgono al 5 aprile 2010 quando un oleodotto gestito dalla Nigerian Agip Oil Company (Naoc), sussidiaria nigeriana di Eni, è esploso inondando una superficie di 17,6 ettari nei pressi del villaggio di ikebiri. «Il guasto tecnico che ha provocato la fuoriuscita del petrolio, ammesso dalla stessa Naoc, risale al 5 aprile, ma l’ammissione del guasto e l’intervento dei tecnici non è arrivato prima dell’11 aprile, quasi una settimana dopo», racconta Godwin Ojo, ambientalista nigeriano direttore dell’associazione Friends of the Earth Nigeria che sta sostenendo la comunità del Delta in questa battaglia. «Terreni agricoli, stagni e fiumi dove la popolazione pesca, sono stati contaminati e l’intera comunità (circa 5 mila persone) è stata privata dei propri mezzi di sostentamento. Per questo chiediamo all’Eni di prendersi le sue responsabilità, di pagare una giusta compensazione e di bonificare il terreno perché questo non è stato fatto».
Da parte sua Eni ha sempre sostenuto che la sua sussidiaria ha già effettuato la bonifica dei terreni, mentre una compensazione di 20 mila dollari è stata rifiutata dalla stessa comunità che chiede invece 2 milioni di euro. «Speriamo di ottenere giustizia più velocemente e che questo possa portare al ripristino dei nostri mezzi di sostentamento. Insieme possiamo vincere», prosegue l’ambientalista nigeriano per cui questo è solo uno dei tanti casi di inquinamento provocato dalle compagni petrolifere che agiscono nel Delta del Niger, una delle zone più ricche di petrolio dell’intera Africa. «Il problema non è solo di Agip – continua Godwin Ojo –, ma di tutte le compagnie impegnate nel Delta: Shell, Mobil, Chevron ed Elf. Dal 1956, anno in cui è stata avviata la produzione petrolifera, sono avvenuti più di 10 mila sversamenti e molto spesso le compagnie, invece di bonificare le zone, preferiscono dare fuoco al petrolio per eliminare le prove». «E anche quando si ricorre ai tribunali locali – prosegue – è difficile avere giustizia, perché le compagnie sono troppo potenti, la pressione dei governi europei, assetati di risorse, è forte, e le rendite dal petrolio sono una voce chiave nel bilancio del governo. Per questo ci siamo rivolti all’Italia sperando di avere giustizia».

Il precedente

Petrolio e gas rappresentano la principale voce dell’export nigeriano, pari al 90% del valore delle esportazioni e al 30% del Prodotto interno lordo del paese. Un sistema segnato anche da una profonda corruzione politica e dal malaffare come dimostra il caso della maxitangente Eni-Shell per cui la società di San Donato Milanese è stata recentemente rinviata a giudizio sempre al tribunale di Milano.

Nel caso si dovesse arrivare a sentenza sarebbe la prima volta che in Italia una compagnia viene chiamata a rispondere per i danni ambientali provocati da una propria sussidiaria in un altro paese. Anche se non è da escludere che vi possa essere un accordo extragiudiziale tra la compagnia e la comunità così da evitare il pronunciamento del giudice. Un precedente importante in questo senso risale al 2015 quando la comunità Bodo, che si era appellata alla corte di Londra, ha ottenuto dalla Royal Dutch Shell un risarcimento di 83,5 milioni di dollari per i danni provocati da un analogo incidente (anche se di portata molto più grande).
«In questo caso – conclude l’avvocato Saltalamacchia – la pressione dei media era stata fondamentale perché la stampa si era quasi interamente schierata al fianco della comunità e Shell aveva deciso di pagare pur di distogliere l’attenzione dal caso. Purtroppo in Italia la situazione è molto diversa e il sistema mediatico tende a tutelare queste grandi compagnie, ma speriamo che qualcosa possa cambiare».

Anche per questo Amnesty International Italia, Mani Tese e Survival International hanno deciso di promuovere una campagna per mantenere alta l’attenzione sul caso e sulle devastazioni ambientali in corso nel Delta del Niger.

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