La sinistra alla prova dei conflitti invisibili
Filippomaria Pontani
il fatto quotidiano, 27 dicembre 2017. L'attualità di Sankara e della lotta contro l'imperialismo economico, politico e culturale dell'occidente, che continua a ridurre lo sviluppo umano a un modello uniforme, sterile e iniquo (i.b).
Il 15 ottobre scorso facevano trent’anni dall’assassinio diThomas Sankara (1949-1987), capo rivoluzionario e poi presidente del BurkinaFaso, colui che per primo volle far uscire il suo Paese dal retaggio colonialefrancese e dal nuovo imperialismo di Fmi e Banca mondiale, nazionalizzando leterre e le risorse minerarie, varando un programma di autosufficienza, mirandoad ab- battere analfabetismo e malattie, e a tutelare la natura, i dirittidelle donne, e la dignità e l'autonomia del continente africano. Forse è per ilsuo radicalismo che - a differenza di un Mandela - Sankara è poco ricordatooggi in Europa (da noi, Fiorella Mannoia gli ha dedicato una bella canzone,Quando l’angelo vola). Ma le sue idee sembrano drammaticamente attuali.

VIENNA. Mentre il nuovo governo austriaco lancia le primebordate contro i migranti e il sud, nelle librerie campeggia il libro deisociologi Ulrich Brand e Markus Wissen, “Modo di vita imperiale(ImperialeLebensweise, Oekom 2017), dedicato a disuguaglianze globali edeterioramento ecologi- co del pianeta. Ad onta di rivoluzioni verdi,conferenze sul clima e simposi per il Sud del mondo, la situazione non fa chepeggiorare: la ragione, secondo gli autori, sta nel fatto che si forniscono perlo più soluzioni tecniche (dalle auto elettriche alle dilazioni sul debito) aproblemi che sono di ordine politico. Per tutelare la stabilità degli interessie delle ideologie dominanti, si omette di attaccare il vero problema di fondo:il modo di vita delle società dei Paesi ricchi.

Quest’ultimo - senza alcun giudizio morale - è definito“imperiale” in quanto “la vita quotidiana nei centri capitali- stici è resapossibile in larga misura dall’assetto dei rap- porti sociali e dellecondizioni naturali che si verifica altrove, cioè dallo sfruttamento potenzialmenteillimitato della forza lavoro, delle risorse naturali e dei giacimenti su scalaglobale”. Viviamo, per citare un saggio di Stephan Lessenich (Accanto a noi ildiluvio, Hanser 2016), nella “società dell’esternalizzazione”, in cui tutte leconseguenze negative del “progresso” (dai cambia- menti climatici ai rifiutiindustriali, dalle nuove povertà al nuovo schiavismo) vengono rimosse il piùlontano possibile dai nostri occhi. E così, oltre alle rivendicazioni diSankara (che preferiamo obliterare - per citare un nostro ex premier -“aiutandoli a casa loro” e demandando la politica estera all’Eni), vengonorimossi dalla memoria collettiva disastri atroci come il crollo del Rana Plazadi Dacca (dove si producevano magliette per marchi occidentali), l’esondazionee la contaminazione del Rio Doce in Brasile (dove si estraevano mineraliferrosi per conto di ditte occidentali), l'irrompere nelle pampas argentinedelle piantagioni di soja (destinata ai maiali da alleva- mento cinesi), oancora i cimiteri dei nostri computer allocati in Ghana, o lo sterminio della faunaittica dello Yangtse in Cina, o le perniciose dighe nella valle dell’Omo inKenya, raccontate da Ilaria Boniburini, grande esperta d’Africa e di retoricheimperiali, in un bell’articolo sui “nuovi dannati della terra” (eddyburg.it).

BRAND E WISSEN invitano a considerare questi eventi non comeepisodi o tragiche fatalità, bensì come l’esito strutturale di un “progresso”che non ha portato - come prometteva il fordismo - l’emancipazione dallanatura, ma solo l’esternalizzazione nel Sud globale (e nelle sue componenti piùde- boli) delle conseguenze della sua distruzione, e del nostro precariobenessere. Contro questa deriva il mantra della “sostenibilità”, il“capitalismo verde” o la green economy ap- paiono soluzioni inefficaci se nonipocrite: ipocrite quando, per esempio, mercificano le quote di inquinamento oquando (al netto dei trucchi sulle emissioni) favoriscono l’auto verde nelmomento stesso in cui liquidano il tra- sporto su rotaia e puntano sul veicolopiù inquinante, il Suv (vera metonimia della società esclusiva, in quantostatus symbol economico e fonte di sicurezza stradale a discapito degliautomobilisti meno abbienti); inefficaci se è vero che nonostante tutto negliultimi anni il material footprint,l’indicatore più attendibile per misurare l’esternalizzazione dei processi disfruttamento intensivo delle risorse, nei Paesi del Nord globale continua acrescere senza posa.


Secondo Brand e Wissen (che al pari di Lessenich non sonofacinorosi “no-global” ma serissimi accademici attivi tra Vienna e Berlino), ilpensiero neo-capitalista ha anco- rato in ciascuno di noi il “modo di vitaimperiale” fino a fargli occupare una posizione egemonica in senso gramsciano:esso, con le sue comodità e la sua retorica, non pare frutto di imposizione maregola le nostre aspirazioni, i nostri acquisti, le nostre scelte di vita e direalizzazione personale, perfino quando in realtà ci nuoce direttamente; un’immaginariasocietà dei cani domestici statunitensi avrebbe un tenore di vita superiore aquello del 40% della popolazione umana mondiale. Tanto più arduo è il compitodi una sinistra che voglia provare a rovesciare il paradigma, e a persuadere icittadini di un modello di vita “solidale” non fondato su prospettiveregressive o pessimistiche, ma su uno sviluppo condiviso alieno dallo sfruttamentodell’altro, e generalizzabile a tutti senza minare le proprie stesse basi. Èuna questione anche solo di buon senso: nel momento in cui sempre più Paesi(anche assai popolo- si) si industrializzano e aderiscono alla logicadell’esternalizzazione, poiché sul pianeta lo spazio e le risorse sono entitàfinite (l’Africa di Sankara, già martoriata dal clima, è in questo senso lavittima prede- stinata: si pensi all’impetuosa espansione cinese), è inevitabileche si arrivi prima o poi a conflitti non più limitati ai territori “invisibili”del Sud globale, ma capaci di travolgere tutto il sistema.

L'articolo è tratto dal il Fatto Quotidiano: 27 dicembre 2017, pagina 18.
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