«Invisibili» in marcia a Roma: diritti e permesso umanitario
Carlo Lania

il manifesto, 17 dicembre 2017. Migranti e indigeni del Belpaese ugualmente esclusi dai diritti di cittadinanza protestano uniti contro i confini che dividono l'umanità

«Senza confini. 25 mila migranti da tutta Italia: "Senza documenti siamo condannati alla schiavitù"»


Chiedono di poter uscire dal cono d’ombra dove li hanno relegati il regolamento di Dublino e la volontà di rimandare a casa i migranti economici. Un cono d’ombra che li rende invisibili per tutti, non-persone per le quali non sono previsti diritti e quindi facili vittime di chi approfitta di loro sfruttandoli nei campi o nei cantieri. Almeno per un giorno, però, gli invisibili si sono presentati alla luce del sole e hanno chiesto rispetto, per loro e per i loro diritti violati.

Sono venuti in tanti a Roma rispondendo all’appello lanciato dagli organizzatori della manifestazione «Diritti senza confini». Si aspettavano 15 mila persone da tutta Italia, alla fine ne sono arrivate almeno 25 mila, anche da Berlino e Francoforte. Migranti africani, soprattutto, ma non solo. Ci sono anche rom, c’è il movimento per la casa e poi precari, studenti obbligati all’alternanza scuola-lavoro, i volontari di Baobab Experience. Tutti «invisibili» nella vita di ogni giorno ma visibilissimi ieri mentre, tra canti e musica, hanno sfilato per le vie più centrali della capitale. Una manifestazione carica di parole d’ordine politiche, ma anche gioiosa e pacifica che ha smentito le fosche previsioni della vigilia secondo le quali sarebbe stato alto il rischio di atti di violenza.

ERA STATA LA QUESTURA di Roma a lanciare l’allarme per la possibile presenza di infiltrati nel corteo. Ammesso che ci fossero, gli eventuali provocatori ieri non si sono visti. E non avrebbe potuto essere altrimenti anche grazie a un nutrito servizio d’ordine allestito dal sindacato Usb. «E’ la nostra giornata», dice Aboubakar Soumahoro, portavoce della manifestazione, mentre guarda soddisfatto decine e decine di persone arrivare in piazza della Repubblica, punto di partenza del corteo. «Vedi oggi qui ci sono quelli che si sono visti respingere la richiesta di asilo e per questo adesso sono confinati nelle periferie, nei campi o vengono sfruttati nella grande distribuzione. Quella che stiamo facendo non è una guerra tra poveri, come vorrebbe chi ci contrappone agli italiani, ma la battaglia di tutti gli impoveriti, dei dannati della globalizzazione».

«NEGATIVE-BASTA, negative-basta», urla mischiando francese e italiano una gruppo di ragazzi originari del Ghana. Il riferimento è all’esito negativo che tutti hanno ricevuto dalla Commissione ministeriale che ha esaminato le loro richiese di asilo. Per questo adesso chiedono di poter rimanere in Italia con un permesso umanitario, «un documento», come lo chiamano, che consenta loro di non essere più invisibili. Invisibili come Diemaro, Bacary e Pirameba, senegalesi di 39, 42 e 20 anni arrivati a Roma da Foggia dove sopravvivono raccogliendo pomodori nei campi per 3 euro e 50 all’ora. «Anche a noi la commissione ha respinto la richiesta di asilo ma non possiamo tornare nel nostro Paese, abbiamo bisogno di un lavoro vero», spiegano.

Meno di un mese fa a Cona, in Veneto, i migranti ospitati nell’ex base militare trasformata in centro di accoglienza straordinaria hanno protestato contro le condizioni del centro camminando fino a Venezia in quella che è stata battezzata la «marcia della dignità». Una cinquantina di loro ieri è venuta a Roma per questa nuova marcia che sembra tanto il tentativo di far nascere una qualche forma di organizzazione tra migranti. «Quello che abbiamo fatto a Cona è importante – spiega Alessandro, originario della Costa d’Avorio -. Dopo la marcia un centinaio di migranti è stato trasferito in altri centri, ma soprattutto è servito a farci vedere. Senza documenti non esisti, non lavori, non puoi avere una casa, sei condannato alla schiavitù».

«NO ALLA BOSSI-FINI, no alla Minniti -Orlando» dicono alcuni cartelli che accomunano un provvedimento del governo Gentiloni con la legge simbolo del centrodestra. Non si tratta di un caso isolato. Uno striscione appeso a piazza del Popolo, dove il corteo confluisce per poi finire, recita: «Mai con Renzi. Mai con Salvini. Respingiamoli». Ma c’è anche ci chiede : «Basta soldi ai torturatori libici». «Il 12 gennaio abbiamo chiesto un incontro al ministro Minniti per chiedergli cosa intende fare di tutte queste persone. Stiamo aspettando che ci risponda», conclude Saumahoro mentre dal palco improvvisato sul cassone di un camion un oratore chiude la manifestazione salutando il «popolo meticcio e resistente».
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