Perché nelle urne siciliane vincono i gattopardi
Tonino Perna
il manifesto, 8 novembre 2017«L’elefante regionale: 5 milioni di abitanti, 15.000 nella amministrazione, di cui 1.700 dirigenti. La Lombardia, con 10 milioni di abitanti, ne ha meno di 5.000» (c.m.c.)



Molte volte nella storia dell’Italia le elezioni regionali siciliane hanno anticipato mutamenti che poi si sono registrati a livello nazionale. Dal Milazzismo, al berlusconismo.

Il Milazzismo anticipò in qualche modo nel lontano 1958 il «compromesso storico» tra una parte della Dc e del Pci, il berlusconismo perché la strepitosa avanzata di Berlusconi avvenne proprio in Sicilia dove collezionò la più grande vittoria elettorale della sua carriera conquistando 60 seggi su 60 alle politiche del 2001.

Per arrivare a Grillo che proprio in quest’isola cinque anni fa stupì, non tanto per lo spettacolo dell’attraversamento a nuoto dello Stretto, quanto perché era riuscito in pochissimo tempo a diventare il primo partito della Sicilia.

Fu proprio questo successo del M5S alle regionali dell’ottobre 2012 ad allarmare il Pd che non seppe correre ai ripari e perse di fatto, con Bersani leader, le politiche del febbraio 2013, con il M5S che divenne il primo partito italiano.

Se vuoi capire dove va l’onda politica nel nostro paese devi guardare a quello che succede in Sicilia. Sul perché accade questo possiamo avanzare un’ipotesi, rifacendoci alla tormentata storia siciliana.

Dopo la strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio del 1947, il movimento di lotta nelle campagne siciliane subì un duro colpo e in pochi anni scomparve, grazie anche alla Riforma agraria, alla Cassa per il Mezzogiorno ed alla autonomia siciliana che consegnava alla regione ampie risorse. Ci fu in sostanza un passaggio storico dalle lotte contadine e bracciantili al più capillare sistema clientelare che esista in Italia.

Chi non si adeguava, chi restava abbarbicato ai suoi valori o faceva parte della area “rivoluzionaria” del Pci e della Cgil veniva discriminato e non gli restava altro che emigrare. Ci fu un rigurgito di lotte contadine dopo il terremoto del Belice del 1968 e di lotte operaie a cavallo degli anni ’70, ma poi lo scontro si spostò sul terreno della lotta alla mafia e dell’opposizione dei missili a Comiso che fece sorgere un importante movimento pacifista nell’isola, che contò anche sul coraggio e la determinazione di Pio La Torre che coniugava l’impegno pacifista con una vera lotta alla mafia riuscendo, grazie al suo sacrificio, a fare approvare una legge che porta ancora il suo nome.

Dopo il nulla, ovvero la sopravvivenza guardando le onde del mare: se il vento è di tramontana o di scirocco, di libeccio o il grecale. A seconda di come spira il vento della politica nazionale la maggioranza dei siciliani si adegua, sale sul carro del vincitore potenziale. Non c’è solo un atteggiamento servile, c’è anche un calcolo razionale in una fase di grande crisi economica e sociale: se non ci sono alternative a questo sistema meglio affidarsi alle vecchie clientele che almeno sono capaci di far girare il denaro.

Questo comportamento elettorale oggi è comune alla Calabria ed a una gran parte del paese, ma la Sicilia, per un strano karma dell’isola, anticipa i tempi e prefigura quello che verrà.

Certo non tutti si adeguano. In tanti si sono astenuti , oltre la metà degli aventi diritti al voto che non hanno trovato una proposta e un leader che la incarnasse in maniera credibile. L’impetuoso vento “grillino” che in Sicilia aveva avuto il suo battesimo si è leggermente ridimensionato per via di tante polemiche che hanno attraversato il M5S dalla Sicilia al resto del paese, ed anche per aver perso una parte del voto di sinistra che vi era confluito nelle scorse elezioni regionali prima che Grillo e Di Maio assumessero posizioni razziste nei confronti dei migranti. Pertanto il M5S rischia di essere sconfitto, anche sul piano nazionale dove la coalizione del centrodestra, se manterrà questa strumentale unità, dovrebbe vincere a man bassa, anche grazie alla nuova legge elettorale.

Il Pd, come era largamente scontato ne esce con le ossa rotte, anche grazie al travaso di voti verso i “Cento passi” di Claudio Fava che raccoglie un 6 per cento e lancia un chiaro segnale nazionale al PdR (Partito di Renzi): o cambi rotta o chi ha ancora una cultura di sinistra non vota più per il Pd. Piuttosto si astiene.

Rimane la tristezza di un isola dove serpeggia una grande disperazione sociale, dove chiunque abbia governato la regione non è riuscito a incidere su una elefantiaca macchina amministrativa che esiste solo per bloccare, ricattare, e fare clientele con i suoi 15.000 addetti, di cui 1700 dirigenti, su una popolazione di meno di cinque milioni di abitanti, quando la Lombardia con quasi dieci milioni ha meno di 5.000 addetti. Ne deriva un senso di impotenza insieme alla mancanza di credibili alternative che spinge la maggioranza dell’elettorato a disertare le urne: è il fallimento della democrazia rappresentativa.

E’ su questo dato che bisognerebbe ragionare e ripensare a che significa oggi fare politica.
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