L’enigma di Trump un anno dopo
Roberto Faenza
il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2017. «Si è poi saputo che almeno due terzi dei suoi elettori provengono da varie classi sociali, spesso benestanti, con un reddito di solito superiore ai 100.000 dollari, molti dei quali provenienti dal Partito democratico». (p.d.)
In queste settimane, i media hanno fatto il punto su un anno di Trump (in realtà il suo mandato è iniziato solo a gennaio 2017). Sto scrivendo dall’America e mi ha stupito che ancora ci si chieda come sia stato possibile.
Ci avevano spiegato che gli elettori dell’uomo dal ciuffo color zenzero erano stati in maggioranza bianchi, poveri, blue collar, conservatori e repubblicani. Adesso, invece, l’American National Election Study rivela che almeno due terzi sono elettori di varie classi sociali, benestanti, con un reddito spesso superiore ai 100.000 dollari, molti dei quali provenienti dal Partito democratico, in odio a Hillary Clinton.
Sono in giro con un accompagnatore d’eccezione, Mario Capecchi. Con lui mi accingo a raccontare in un film la sua incredibile storia di quando, sotto la guerra, viene abbandonato bambino nelle montagne del Nord Italia. Emigra a dieci anni in America, dove lo considerano irrecuperabile perché selvaggio e analfabeta. Lottando, otterrà il premio Nobel per la Medicina. Stiamo visitando la comunità quacchera in Pennsylvania dove è cresciuto e dove al nome di Trump tutti alzano gli occhi al cielo inorriditi.
Trump ha vinto perché ha saputo parlare al ventre del Paese, stanco di un presidente dalla pelle nera, la cui elezione era stata uno choc mai elaborato. Quella parte degli Stati Uniti non poteva digerire un secondo affronto, mandando alla Casa Bianca una donna. Trump è bravo a spargere illusioni: “Sapendo fare perfettamente i miei affari, posso fare lo stesso con i vostri”. Parla come i salesman e in questo somiglia al nostro Silvio Berlusconi. Per capire cosa sta accadendo, consiglio di leggere Between the world and me, dell’afroamericano Ta-Nehisi Coates, che si rivolge al figlio 15enne per attrezzarlo a vivere in un Paese destinato al peggio. Già l’idea di erigere una muraglia ai confini del Messico per impedire a un fiume di disperati di guadagnare qualche dollaro, sfruttati come sotto lo schiavismo, dimostra le idee dell’uomo della Casa Bianca. Per fortuna la costruzione, lunga 650 miglia, il cui costo è di 40 miliardi di dollari, è rimandata perché non ci sono i soldi. Trump li ha chiesti al presidente messicano, che ha risposto con una risata. Il Trumpworld è un regno che somiglia a Disneyland. Abituato alle porte d’oro massiccio della sua magione di New York, quando Trump jr., 11 anni, è entrato alla Casa Bianca ha chiesto: papà, ma siamo diventati poveri? È questo il mondo in cui si muove il presidente. Lo hanno votato un gran numero di diseredati, senza capire che avrebbe fatto diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Vedi l’annunciato taglio delle tasse dal 35% al 20%, che favorirà soprattutto corporation e i magnati.
Dobbiamo però ammettere che l’America di Trump sta correndo verso un benessere insperato. L’economia tira, la disoccupazione è scesa al 4,1%, la più bassa da 17 anni, la Borsa macina ogni settimana plusvalenze, sono stati promessi 25 milioni di nuovi posti di lavoro. Dunque tutto bene? Quando i media pensavano che Trump non ce l’avrebbe fatta gli sparavano contro, adesso che l’economia tira persino il New York Times s’è fatto rispettoso. Chiedo a Wilder Knight, un avvocato di Wall Street che ha lavorato con Trump, ma non l’ha votato, cosa pensa di questa euforia. La sua risposta è netta: il presidente sta promettendo la luna, come la sparata di investire 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture. Per farlo dovrà indebitarsi. Trump sta amministrando l’America come uno dei suoi casinò. Un costruttore importante, Michael J. Kosoff, prevede che di questo passo, da qui a tre anni, ci sarà un nuovo crac finanziario, come quello del 2007. Quando pensiamo alla crisi che ancora paghiamo di tasca nostra, pochi ricordano che è iniziata in America con la bolla immobiliare, dunque non per colpa nostra. Solo che gli americani si sono ripresi, noi invece siamo ancora a leccarci le ferite.
Betty Lou, una insegnante di high school, mi racconta che il Trumpworld è un Paese dove c’è un riccone che ha pagato 17 milioni di dollari all’asta per il Rolex d’oro di Paul Newman. È il Paese dove in una città come Chicago c’è una sparatoria ogni 2 ore, con oltre 8.000 morti in 6 anni. È il Paese dove puoi comprare per strada un fucile a pompa a 75 dollari, coi risultato che si vedono. È il paese dove in California a spegnere gli incendi assoldano i detenuti e li pagano un dollaro all’ora. È la terra dove negli ultimi 12 mesi sono stati registrati 64.070 decessi di overdose per lo più giovani. Ed è il Paese dove il Ku Klux Kan ora che c’è Trump accorre ai suoi comizi e applaude imbracciando le armi di fronte a centinaia di poliziotti che restano a guardare. Sento il mitico Harry Belafonte, che da poco ha compiuto 90 anni. È figlio di emigrati giamaicani e forse esagera, ma secondo lui “Hitler non è così lontano da casa nostra”. Per Daniel Radcliff, il protagonista di Harry Potter, Trump ricorda Lord Voldemort, il mago della saga dal volto sfigurato.
In questi giorni Trump, tornato dalla Cina, gode alla grande vedendo al tappeto i divi di Hollywood, che gli è sempre stata contro, annichiliti dal caso Weinstein. Molti sperano che l’uomo non duri, raggiunto da un impeachment per le sue connessioni elettorali con la Russia. Non so se sperarlo, considerando che al suo posto salirebbe l’attuale vice, Mike Pence, ancora più reazionario, uno che se potesse metterebbe in galera i gay e i medici abortisti. Se le cose si mettessero davvero male, credo che per restare in sella Trump tirerebbe fuori l’asso dalla manica di un bombardamento sulla testa di Kim, il pazzo nordcoreano. Un po’ come fece Bill Clinton quando, nel 1998, due giorni prima della richiesta di dimissioni per aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinsky, si salvò bombardando l’Iraq. A Berlusconi, che si lamenta di essere perseguitato dai giudici, può far piacere sapere che Trump è già stato citato in giudizio 134 volte. Se il presidente teme la magistratura, non è che Hillary Clinton stia molto meglio. Viene accusata di avere pagato agenti segreti per infangare il rivale, costruendo dossier. Non riesce a difenderla il Partito democratico, in catalessi e senza più un leader, nonostante i recenti successi in Virginia e New Jersey.
Alla George School a Newtown, un college di eccellenza, ho occasione di parlare con studenti e docenti e farmi un’idea di come si vive nell’era di Trump. Se gli studenti sono preoccupati (la Casa Bianca intende tagliare i finanziamenti all’istruzione), i docenti lo sono per le sue posizioni. Ha dichiarato che il problema del surriscaldamento del globo non sussiste e preme per tornare al carbone, nonostante sia stato appena contraddetto dalle sue stesse agenzie federali, cosa mai accaduta a un presidente in carica. La gente che ha scelto Trump si sente impoverita dalla globalizzazione, odia il capitalismo ma non si accorge di avere eletto il suo massimo esponente. Ora però molti cominciano a ripensarci e infatti l’indice di popolarità del presidente è sceso al 39%. George W Bush, nel momento di massima disgrazia, era al 56%. Sono le contraddizioni di un’America che non può non preoccuparci. Ma noi italiani possiamo dirci molto diversi, se è possibile che Berlusconi torni a governarci?
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