La finta rivoluzione urbana di Google
Evgeny Morozov
Internazionale, 10 Novembre 2017. Le accattivanti soluzioni tecnologiche del Google Urbanism mascherano un urbanistica basata su libero mercato e profitto, dove le decisioni sono determinate dalle domande di mercato. (i.b.)

A giugno la rivista di architettura Volume ha parlato del progetto Google Urbanism. Concepito da un noto istituto di design di Mosca, il progetto immagina delle città in grado di prosperare grazie all’“estrazione di dati”, cioè la conversione di dati generati dai suoi abitanti in pubblicità offerte da aziende come Google. Le città otterrebbero una parte dei profitti della pubblicità, finanziando così i loro buchi di bilancio.

Un’astuta provocazione? Forse. Ma la Alphabet, la società madre di Google, prende sul serio la questione. I suoi dirigenti hanno accarezzato l’idea di prendere alcune città in difficoltà e di reinventarle sulla base dei servizi della Alphabet: mappe, informazioni sul traffico in tempo reale, connessione wifi gratuita, auto che si guidano da sole e così via. Nel 2015 la Alphabet ha creato una divisione dedicata alle città, i Sidewalk Labs, diretti da Daniel Doctorof, ex vicesindaco di New York e veterano di Wall street.

Il passato di Doctorof fa capire le intenzioni di Google Urbanism: usare i dati per allearsi con immobiliaristi e investitori istituzionali. Da questo punto di vista, Google Urbanism ha poco di rivoluzionario. I dati e i sensori hanno un ruolo secondario nel determinare cosa viene costruito, perché e a quale costo.

Potremmo chiamarla urbanistica alla Blackstone, in omaggio a uno dei più grandi protagonisti finanziari del mercato immobiliare statunitense. Visto che Toronto ha scelto la Alphabet per trasformare Quayside, un’area non edificata di 48mila metri quadrati sul lungomare, potremo finalmente vedere all’opera la natura pseudo-rivoluzionaria di Google Urbanism e la sua resa
alle forze finanziarie che modellano le nostre città. 

I Sidewalk Labs hanno promesso d’investire cinquanta milioni di dollari nel progetto. I costi degli alloggi, gli spostamenti dei pendolari, le disuguaglianze sociali, i cambiamenti climatici: sono questi i terreni di sfida descritti da Dan Doctorof. La Alphabet userà edifici economici e modulari assemblati velocemente, sensori per controllare la qualità dell’aria, semafori che danno priorità ai ciclisti, robot per le consegne, raccolta automatizzata dei rifiuti e auto che si guidano da sole.

L’obiettivo a lungo termine della Alphabet è sostituire regole e divieti formali con obiettivi flessibili meno rigidi e basati sui feedback. Parlando di città, anche luminari del neoliberismo come Friedrich Hayek e Wilhelm Röpke erano d’accordo con forme di organizzazione sociale slegate dal mercato. Consideravano la pianificazione una necessità pratica: non c’era altro  modo per gestire le infrastrutture o costruire le strade  in modo economico. Per la Alphabet non ci sono ostacoli  simili: i lussi di dati possono sostituire le regole del governo con quelle del mercato.

Google Urbanism presuppone l’impossibilità di ampie trasformazioni del sistema come per esempio la limitazione del possesso straniero delle proprietà immobiliari. Anticipa la fine della politica, promettendo di usare la tecnologia per far adattare i cittadini alle tendenze globali immutabili come la disuguaglianza crescente.

Queste tendenze significano che, per la maggior parte di noi, le cose peggioreranno. Ma la Alphabet è convinta che le tecnologie possono aiutarci a sopravvivere,  per esempio un’app può aiutarci  a trovare del tempo libero nelle nostre vite di genitori carichi di lavoro. Indebitarci per comprare un’auto, visto che nessuno ne possiederà più una, non avrà più senso. E l’intelligenza artificiale farà  abbassare i costi dell’energia. 
Google Urbanism condivide l’idea della Blackstone: la nostra economia disastrata, privatizzata e finanziarizzata non cambierà. La buona notizia  è che la Alphabet ha algoritmi che ci aiutano a resistere. L’azienda non dice chi pagherà il progetto di Toronto,  che potrebbe diventare l’equivalente urbano della Tesla: un’iniziativa finanziata da infinite promesse e sovvenzioni. L’attrattiva della Alphabet agli occhi degli investitori sta nella modularità degli spazi: tutto può essere riorganizzato, finché le metamorfosi garantiscono maggiori profitti. 
L’elemento centrale di Quayside prevede un’ossatura che rimarrà “flessibile nel corso del suo ciclo vitale, accogliendo un mix radicale di usi possibili (negozi, laboratori, uffici e parcheggi)”.

È qui che sta la promessa populista di Google Urbanism: la Alphabet può democratizzare lo spazio personalizzandolo grazie ai flussi di dati e ai materiali prefabbricati a basso costo. Ma questa democratizzazione delle funzioni non sarà seguita da una democratizzazione delle risorse urbane. È per questo che la democrazia algoritmica della Alphabet si basa sulla “domanda del mercato”. Poco importa se l’urbanistica della Alphabet non piacerà agli abitanti di Toronto. Il suo obiettivo è impressionare i futuri residenti, per esempio i milionari cinesi che si riverseranno sul mercato immobiliare canadese.

L’urbanistica alla Blackstone continuerà a modellare le nostre città anche quando sarà la Alphabet a smaltire i rifiuti. Google Urbanism è un modo accattivante di nascondere questa realtà.
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