Kenya, paese dove lusso e miseria avanzano insieme
Gad Lerner
Nigrizia online, 21 novembre 2017. Una visita, sia pure tardiva,  a uno dei tanti slum (Korogocho, nella capitale del Kenia)   aiuta a capire meglio la miseria costruita dall'ideologia e dalla prassi dello "sviluppo" che alimenta il nostro benessere.


Con un ritardo di cui mi rammarico, perché venirci prima mi avrebbe aiutato a inquadrare il mondo nella giusta prospettiva, sono andato anch’io a Korogocho, la baraccopoli di Nairobi dove scelse di vivere trent’anni fa, nel febbraio 1988, Alex Zanotelli.

So che Alex non apprezza l’eccesso di personalizzazione intorno alla sua esperienza, ma mi sono davvero emozionato quando il suo confratello comboniano Maurizio Binaghi mi ha mostrato quel suo primo misero alloggio, posto sul bordo dell’immensa discarica di Dandora. Ci siamo avventurati in quella lugubre distesa di rifiuti per incontrare le migliaia di persone che ogni giorno pagano un pizzo di venti scellini pur di contenderne la prima scelta ai cani randagi e ai minacciosi uccellacci chiamati marabu. Abbiamo potuto così filmare i poveretti che si affollano intorno ai camion che rovesciano di continuo ogni genere di scarti, velenosi o commestibili, metallici o di plastica che bruciando sprigiona diossina, e scambiare qualche parola con loro. Per poi visitare la sede del progetto Napenda Kuishi (Voglio vivere), in cui ci si prende cura dei ragazzi di strada ladri e tossicodipendenti che aspirano a una difficile redenzione.

Alla vicina parrocchia di Kariobangi ho riabbracciato l’ex direttore di Nigrizia, Franco Moretti. Mentre un’altra collaboratrice del nostro giornale, Bruna Sironi, mi ha accompagnato a visitare il tugurio senza acqua corrente né servizi igienici dove abita da venticinque anni il falegname Peter insieme alla moglie e agli otto figli, nel mezzo del gigantesco slum di Kibera.

È iniziata così la mia visita in Kenya, e la tardiva scoperta del modello di sviluppo africano che insieme ai punti di Pil ha visto crescere i grattacieli di una metropoli dove l’arricchimento di pochi coincide col dilagare delle baracche, in cui vivono ormai circa due milioni di diseredati. Ho toccato con mano, e spero di essere capace di mostrare in televisione, il meccanismo economico che incentiva la formazione di queste immense riserve di manodopera a basso costo da sfruttare. Lusso e miseria che avanzano di pari passo, delineando un futuro da incubo, che da un momento all’altro potrebbe deflagrare con conseguenze al momento imprevedibili.

A questo punto, mi sono spostato nella colonia italiana di Malindi, dove il futuro del turismo esotico comincia a scricchiolare. Si assottiglia il numero dei vacanzieri dei resort a cinque stelle e dei residenti che con centomila euro si erano comprati la villa con piscina. Aumentano i cartelli “vendesi”, scritti nella nostra lingua. L’inquietudine comincia a serpeggiare tra i pensionati tricolori che grazie all’Inps credevano di avere trovato qui il paese del bengodi, perché il loro reddito gli consente di stipendiare cuoco, domestico, giardiniere e guardiani notturni (li chiamano “ascari”) con stipendi da cento euro al mese. Cedono il passo ai nuovi ricchi africani, detentori di patrimoni spesso accumulati grazie a traffici illeciti e a un sistema politico corrotto.

A Malindi, così com’è già successo a Mombasa, il paradiso dei ricchi circondati dai poveri rivela le sue crepe. Altro che “aiutiamoli a casa loro”. L’acuirsi delle disuguaglianze produce instabilità anche là dove pareva che il denaro occidentale distribuisse benessere.

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