Premiata ditta " mafia lombarda"
Nando dalla Chiesa
arcipelagomilano, 4 ottobre 2017 «Tra negazionisti - Maroni e l'ex prefetto Lombardi - e i distratti». ( m.c.g.)




Chissà se questa volta si incrinerà qualcosa nella granitica certezza di chi fa economia a Milano e dintorni, o nella favolosa Brianza che allunga a nord. Dopo che a Seregno un intero sistema di potere è franato sotto l’accusa di mafia, con un sindaco descritto dai magistrati come “lo zerbino” ideale per i voleri della ’ndrangheta. Dopo che il consiglio comunale è stato costretto ad autosciogliersi per evitare l’ignominia del commissariamento per mafia a opera del governo. Oppure dopo che a Cantù è emersa una mafia tutt’altro che silente, ma capace di pestare e minacciare i negozianti sulla pubblica piazza.

Chissà se si farà largo il dubbio che questa continua rimozione, questa idea pervicace che “altre” siano le cose con cui deve confrontarsi la modernità, possa alla fine consegnare paesi e cittadine, e alla fine pezzi della regione Lombardia, alla egemonia (culturale anzitutto) dei clan calabresi.

Già, l’omertà. Ho raccontato nei giorni scorsi la paradigmatica storia della tesi di laurea di un mio studente, Simone. Titolo: La penetrazione della ’ndrangheta in Lombardia: il caso di Seregno. Anno accademico 2011/12. Cinque/sei anni fa un ragazzo di ventitré anni vedeva dunque quel che imprenditori e amministratori non vedevano, fino al punto di volerci fare la propria tesi di laurea. E di scrivere che “solo l’omertà” spiegava perché a Seregno non vi fosse un’idea “nemmeno approssimativa” del peso che la mano mafiosa stava esercitando sulla vita cittadina.

Omertà e rimozione si spalleggiano, procedono insieme, si danno la mano e infine si fondono in un unico grande silenzio fatto di parole trite. Lo dicono le interviste televisive condotte sul posto. Si tratti di Lonate Pozzolo, di Desio, di Seregno, di Pavia, di Corsico, di Sedriano, di Brescello, la Lombardia e l’Emilia non si riconoscono più. Sembra che si siano affidate a un ventriloquo, sempre lo stesso, impegnato a parlare per loro. Perché chi dovrebbe parlare non lo fa, si ripara nei ridotti della coscienza e dell’intelligenza. Illuso che la partita della modernità si giochi in altre, più eteree ed eleganti sfere. Che vi sia sempre un altrove in grado di nobilitare la resa.

Il bello è che basterebbe chiedere e sapersi battere per alcune cose molto pratiche per restringere l’acqua della palude. La prima è quella che la Commissione parlamentare antimafia sta proponendo da un paio d’anni. Introdurre cioè, oltre allo scioglimento dei consigli comunali, una misura meno traumatica ma forse perfino più efficace: quella dell’appaiamento al sindaco ritenuto pauroso o compiacente di un funzionario prefettizio che aiuti a vigilare sul rispetto della regolarità della vita amministrativa.

Una seconda è quella di associare alla firma del questore anche la firma del sindaco per autorizzare l’apertura di nuove sale giochi (singolarmente sono infatti in genere le questure a mostrare più generosità). Una terza è quella di intervenire sul codice degli appalti, in certi punti trasformato in colabrodo per gli interessi mafiosi. Una quarta, almeno in Lombardia, è quella di chiudere i varchi sistematici aperti nella sanità, rivedendo il sistema delle convenzioni. Una quinta è la penalizzazione della querela (ma anche della causa civile) temeraria, passaggio obbligato per restituire libertà di parola in una società omertosa.

Si sa insomma che cosa fare. Ma ogni passaggio appare un’impresa impossibile. Meglio: resa impossibile dal sonno della ragione. Si svegli quindi l’economia, si svegli la politica. O corruzione e mafia sommergeranno una grande storia civile, con le sue glorie culturali e scientifiche. Mentre tutt’intorno divamperanno i fuochi. Quelli della provincia di Pavia, o di Bruzzano, o di Cinisello Balsamo. I fuochi, segno della “loro” arroganza. E segno della nostra insipienza.
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