Come cresce il potere delle multinazionali
Francesco Gesualdi
comune-info.net, 25 ottobre 2017. «Il comando del popolo sta cedendo terreno al comando del denaro. L’unico modo per ripristinare la democrazia è il ritorno della partecipazione». (p.d.)
L’80 per cento del commercio nel mondo è in mano alle multinazionali. Ma il dato più significativo che emerge dal rapporto “Top 200”, curato dal Centro nuovo modello di sviluppo (Cnms) e dedicato alle multinazionali, è probabilmente un altro: i primi duecento gruppi di imprese transnazionali realizzano, da soli, il 14 per cento di tutto il fatturato delle multinazionali. Per arrivare a cifre di quel tipo sono necessarie, tra le altre cose, grandi attività di pressione, più o meno spudorata, sui governi di tutto il mondo. Tuttavia, quello che altri rapporti e iniziative del Cnms hanno mostrato, è che il dominio di quelle imprese dipende in primo luogo dai lavoratori e dai cittadini consumatori…
Se compilassimo una lista delle prime 100 realtà economiche, includendovi i governi in base ai loro introiti fiscali e le multinazionali in base ai loro fatturati, scopriremmo che 66 sono multinazionali. La prima comparirebbe al 10° posto e sarebbe Wal-Mart con un fatturato di 485 miliardi di dollari, somma superiore alle entrate governative di paesi come Spagna, Australia, Russia, India. Lo rende noto il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, tramite il dossier Top 200 dedicato alle prime 200 multinazionali. In totale, le multinazionali, o meglio i gruppi multinazionali, visto che si tratta di raggruppamenti di imprese afferenti ad una stessa società capofila, sono 320 mila per un numero complessivo di oltre un milione di filiali. Tutte insieme fatturano 132 mila miliardi di dollari e generano profitti lordi per 17mila miliardi. E se in certi settori, come i velivoli, il petrolio, l’auto, l’acciaio, sono i protagonisti esclusivi, non meno importante è il loro peso sull’economia mondiale considerato che contribuiscono al 35-40% del prodotto lordo mondiale e che alimentano l’80% del commercio internazionale. Solo in ambito occupazionale i loro numeri si fanno più timidi dal momento che impiegano solo 300 milioni di persone pari al 15% dell’intera mano d’opera salariata mondiale.
Le Nazioni Unite definiscono multinazionale qualsiasi gruppo con filiali estere. Ma al di là di questa caratteristica, ognuna differisce dall’altra non solo per attività, ma anche per dimensioni. Al pari dei mammiferi che comprendono sia i topolini che gli elefanti, anche le multinazionali comprendono gruppi che fatturano qualche manciata di milioni di euro e altri che realizzano centinaia di miliardi. Tant’è che i primi 200 gruppi realizzano, da soli, il 14% di tutto il fatturato delle multinazionali. E se un tempo le capogruppo battevano quasi esclusivamente bandiera europea, statunitense o giapponese, oggi battono sempre di più bandiera cinese. Rimanendo alle prime 200, in cima alla lista troviamo ancora gli Stati Uniti con 63 capogruppo, ma al secondo posto incontriamo la Cina con 41 capogruppo. Con la differenza che mentre quelle cinesi sono tali di nome e di fatto perché sono per la maggior parte di proprietà governativa, tutte le altre hanno una doppia personalità: con una patria ben precisa da un punto di vista giuridico, ma apolidi da un punto di vista proprietario perché i loro azionisti sono banche e fondi di investimento di ogni paese del mondo. Tanto per confermare, ancora una volta, che il potere finale è della finanza, considerato che 25 gruppi finanziari controllano il 30% del capitale complessivo di 43mila gruppi multinazionali.
Una volta Louis Brandeis, membro della Suprema Corte degli Stati Uniti dal 1916 al 1939, disse che possiamo avere la democrazia o la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe le cose. E la realtà sembra dargli ragione. Democrazia significa comando di popolo, ma indagini più accurate ci dicono che parlamenti e governi ricevono forti pressioni da parte del mondo delle imprese affinché siano varati provvedimenti a loro graditi.Spesso con successo. L’attività di pressione è definita lobby, termine inglese che indica i locali antistanti le sale di riunione di parlamentari e ministri, spazi di attraversamento che in passato venivano utilizzati dai difensori di interessi particolari per avvicinare i politici e convincerli a sostenere le loro cause.
Oggi l’attività di lobby non è più improvvisata, ma talmente organizzata da essere istituzionalizzata. Sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea è stato istituito un registro dei lobbisti nel quale debbono iscriversi tutte quelle realtà che intendono svolgere attività di lobby, potendo godere di una serie di vantaggi come l’accesso ai palazzi istituzionali e la possibilità di relazionarsi con parlamentari e funzionari. Si stima che a Bruxelles lavorino più di 25 mila lobbisti per una spesa complessiva di un miliardo e mezzo di euro incanalata in forme di rappresentanza di varia natura. Le imprese più grandi, ovviamente, dispongono di propri apparati come mostrano Exxon e Shell che nel 2016 hanno speso entrambe 5 milioni di euro, senza dimenticare Microsoft, Deutsche Bank, Dow, Google, Total, tutte sopra i 3 milioni di euro. Ma oltre che tramite i propri uffici, le imprese svolgono attività di lobby anche tramite associazioni di categoria e agenzie specializzate. Fra le prime possiamo citare CEFIC, associazione europea dell’industria della chimica con 48 lobbisti e 12 milioni di spesa nel 2016; EFPIA, associazione europea dell’industria farmaceutica con 15 lobbisti e 5 milioni e mezzo di spesa; Business Europe, associazione degli industriali a livello europeo con 30 lobbisti e 4,25 milioni di spesa; ISDA, associazione internazionale per i derivati finanziari con 5 lobbisti e 2,7 milioni di spesa. Fra le agenzie, invece, possiamo citare studi legali come Fleishman-Hillard, Burson-Martsteller, Interel European Affairs, tutti con spese per lobby di livello milionario.
Purtroppo il sistema delle lobby non è l’unica via che permette alle imprese di esercitare potere sulla politica. L’altro canale, forse ancora più potente, è quello dei finanziamenti. Da quando la gente si è allontanata dalla politica, trasformandola in un affare privato di pochi professionisti che hanno bisogno di una montagna di soldi per farsi conoscere e convincere gli elettori della bontà del proprio programma come se fosse un prodotto da vendere, il ruolo delle imprese è diventato cruciale perché i soldi ce li hanno loro. Il paese che meglio mette in evidenza l’avanzare dell’impresacrazia sono gli Stati Uniti che almeno hanno il merito della trasparenza. Dai dati forniti da Open secrets si apprende che la somma messa in campo dalle imprese statunitensi per condizionare la politica, nel 2016 ha raggiunto i 2,4 miliardi di dollari, di cui 351 milioni per contributi diretti ai partiti. Il comando del popolo sta cedendo terreno al comando del denaro. L’unico modo per ripristinare la democrazia è il ritorno della partecipazione.
Francesco Gesualdi: allievo di don Milani, fonda nel 1985 il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. È autore di numerosi libri. Questa è la sua adesione alla campagna 2017 di Comune “Un mondo nuovo comincia da qui”
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