Diluvi, Venezia e Ai Weiwei
Filippomaria Pontani
il Post, 12 settembre 2017. Una magistrale passeggiata, con i piedi nella poltiglia artistico-mondana della Serenissima e lo sguardo sui lampi di luce e d'ombra provenienti dalle tragedie in atto nel mondo. 

«Filippomaria Pontani racconta il film dell'artista cinese sui migranti, e quello che gli manca»

Diluvi a Venezia. Inondazioni ovunque, nella città del Mose. L’acqua alta di fine estate è quella del fotografo americano David Lachapelle, che in una sontuosa personale alla Fondazione Tre Oci, alla Giudecca, punta il grandangolo per mostrare l’apocalisse della nostra civiltà, non solo con le ardite composizioni michelangiolesche della serie Deluge (2006), ma anche con alcune opere più recenti quali Seismic Shift (2012), vasta panoramica su una sala allagata e in rovina, in cui campeggiano le pericolanti opere milionarie delle star del jetset artistico internazionale, Jeff Koons, Takeshi Murakami, Barbara Kruger, Andy Warhol, Zeng Fanzhi, Damien Hirst: esposta giusto davanti alla Christmas Card della famiglia Kardashian, questa allegoria pop sembra rinviare, sic et simpliciter, al declino di un lusso insostenibile.

Ancora acque negli spazi della Fondation Pinault a Punta della Dogana, dall’altra parte del Canale della Giudecca, giusto dinanzi ai Tre Oci: lì, proprio l’inglese Damien Hirst, il Creso dell’arte di oggi, documenta nell’enorme mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable il sedicente recupero di un gruppo di statue monumentali antiche dalle acque africane: alle pareti, filmati stile History Channel che mostrano sommozzatori e argani marittimi; sui reperti, le incrostazioni di conchiglie e molluschi; all’entrata, pannelli che sciorinano notizie erudite sulla trireme affondata, dal plausibile nome antico di “Àpistos” (“Incredibile”, appunto) e sul suo proprietario, il ricco liberto antiocheno di età antonina Cif Amotan II, trasparente anagramma per “Fantomatic”. Ma tutto è finto, tutto è una messinscena, dalla nave al recupero al liberto, tutto tranne le sculture stesse, che maestose e ammiccanti punteggiano il percorso in marmo nero, marmo rosa, granito, bronzo, oro, quarzo, cristallo, pietre preziose: in esse Hirst raffigura con maestria leggende greche, orientali e moderne (da Aracne a Calì a Mickey Mouse) in un decadente e costosissimo mish-mash mitologico tra l’ironico e il compiaciuto.

La trimurti dell’arte contemporanea mainstream in Laguna si è completata venerdì 1 settembre al Lido, sotto un acquazzone insistito, con un’altra inondazione fine-di-mondo, stavolta vera: la “Marea umana” (Human Flow) del cinese Ai Weiwei, in concorso alla 74ma Mostra del Cinema. Il documentario, poi non premiato dalla giuria nonostante le indiscrezioni della vigilia, svolge bene la funzione di raccontare il fenomeno migratorio a livello globale (straordinario – e davvero costosissimo – lo sforzo che ha portato la troupe dal Kenya al Myanmar, dal Pakistan al Messico, anche se il cuore è tra l’Europa e il Medio Oriente), inducendo inevitabili riflessioni sulle analogie e le costanti profonde che connotano chi abbandona casa propria in cerca di un futuro migliore. L’opera è tuttavia inficiata dall’ingombrante ego del regista e da troppe interviste istituzionali un po’ prevedibili (ministri, principesse, funzionari dell’UNHCR), e per di più delude chi sperava in geniali invenzioni concettuali di colui che sul tema, in qualità di artista, si era già esibito l’anno scorso in una fortunata installazione a Palazzo Strozzi. Le insistite vedute dall’alto dei campi dei rifugiati di mezzo mondo rimangono quasi una maniera, e riescono alla fin fine meno poetiche dei versi del dispatrio di Moniza Alvi (“Molto meglio un tappeto volante / finemente annodato, più ricco / del sangue, largo abbastanza / per tenere insieme la famiglia, / isolata, lontana / da ogni pericolo, / in rapido viaggio / attraverso il cielo senza confini”). Il richiamo al “rispetto”, allegato a un finto e impostato scambio di passaporti tra l’onnipresente regista e un rifugiato siriano nel campo di Idomeni, è parimenti meno fresco e probante della lirica vissuta di Shirin Fazel (“Non siamo entrati nelle vostre città / con arroganza e armati di fucili, / ma con rispetto”). E in tutto il film, praticamente privo di veri personaggi, ancor più degli sgomberi violenti dei campi di Calais e Idomeni possono le immagini di una tigre in gabbia nel caos di Gaza, o di una mucca annerita dai fumi del petrolio presso Mosul, perché – insegna l’Auden di Refugee Blues – quando l’umanità si smarrisce è inevitabile guardare agli animali (accadeva lo stesso con l’agonia dei cavalli a Beirut in una memorabile scena di Valzer con Bashir).

Chi ha calpestato le zolle di Idomeni, prima dello sgombero, e vi ha incontrato Weiwei al lavoro con la sua troupe, riconoscerà nel documentario alcuni volti reali, dal barbiere del campo a uno dei tanti bambini che giocavano a calcio con palle di pezza in mezzo al fango e ai miasmi. Ma non troverà, di quella città improvvisata e senza legge, le ferite, gli abbracci e i sorrisi schietti, quelli che forse la cinepresa inibisce, e che ha invece catturati in un bellissimo album il fotografo Sakis Vavalidis; non troverà l’odore penetrante delle fumarole, i panni stesi sulle tende e sulle staccionate, l’umanità a corrente alternata dei poliziotti (quella scintilla colta da Andrea Segre in L’ordine delle cose, il vero, grande film veneziano sulle migrazioni), i cuochi grassi e i volontari delle ONG (già, anche lì le tanto vituperate ONG) che si voltano un attimo a piangere e poi tornano a distribuire la zuppa. Né troverà quell’artista di 8 anni, Shaharzad, diventata famosa per un quarto d’ora nel 2016 con i suoi disegni a pennarello di Aleppo, dei bombardamenti e della traversata: oggi sarà negletta e imbottigliata in qualche campo di Grecia come tanti suoi fratelli ancor meno fortunati sotto i viadotti della Turchia o nei lager della Libia. Purché non entrino, purché rimangano fuori dal nostro pomerio. Purché la marea, se non può esser finta, almeno passi lontano da noi.

Accanto a noi, il diluvio: è questo il titolo di un libro importante del sociologo tedesco Stephan Lessenich (Hanser 2016), che esamina laicamente le dinamiche e i prezzi della società del benessere, di quella che egli chiama – riconoscendo in questo un puntello essenziale del capitalismo occidentale – “società dell’esternalizzazione”: vi si legge come le guerre, gli inurbamenti, le nuove povertà, le migrazioni, siano in larga parte legate al modello globale per cui una ristretta élite di Paesi sfrutta il resto del mondo, al punto che – restando agli animali – un’immaginaria società dei cani domestici statunitensi avrebbe un tenore di vita superiore a quello del 40% della popolazione umana mondiale. Secondo Lessenich, ci si può anzi meravigliare che – stanti le disuguaglianze sempre crescenti e ormai incalcolabili tra il “Nord” e il “Sud” – le migrazioni non assumano proporzioni ben più cospicue e ingestibili. Ma la questione non è soltanto economica, ed ecologica (i cambiamenti climatici, i conflitti per le risorse, le speculazioni delle multinazionali sulla sabbia dell’Indonesia, la bauxite del Brasile, la soja dell’Argentina, il cotone dell’India), bensì investe la coscienza collettiva di società che non vogliono vedere, che esternalizzano la loro coscienza dimenticando che, al di là di ogni facile terzomondismo, dietro ogni profugo nigeriano o libico sta un barile del nostro petrolio estratto dalla sua terra, dietro ogni Afghano una mole del nostro gas che passa dai suoi monti – risorse preziose sottopagate agli oligarchi locali, che peraltro depositano i loro soldi cifrati nelle banche dell’Occidente.

Nel film di Ai Weiwei, distribuito da Amazon, di tutte queste dinamiche non si intuisce praticamente nulla; ma ora che nel nostro mondo “borderless” si sono alzati muri da ogni parte (financo in mare), ora che – come mostra Segre con straordinaria preveggenza – non arretriamo nemmeno più dinanzi al prezzolare carcerieri turchi e scafisti libici perché siano loro a stornare le ondate e a ricacciare l’orrore nel prediletto “regime dell’invisibile”, potrebbe dunque essere nel giusto Lessenich a sostenere che tutto questo non sia un fenomeno passeggero, che i pannicelli caldi della “green economy” e della “crescita intelligente” siano degli specchietti per le allodole, kicking the can down the street, e che i grandi eventi in corso stiano davvero grattando il limite estremo del modello neocapitalista di sviluppo? “La marea che sale solleva tutte le barche” diceva J.F. Kennedy per motivare il progresso capitalista degli anni ’60. Ma se le dighe ormai scricchiolano (perché, prima o poi, cederanno), e se nel cielo di Venezia sembrano arrivare altri diluvi, quali colombe ancora ascolteremo?

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