Chi protegge il paesaggio
Tomaso Montanari
Le gravi distorsioni nell'applicazione del dettato costituzionale sulla tutela del paesaggio che hanno impedito la sua corretta e generale applicazione. Encomiabili gli sforzi di funzionari ligi al loro dovere e di gruppi di cittadini consapevoli che riescono a imporne il rispetto. La Repubblica, 11 settembre 2017
«La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Dalla Costituente fino all’eterna battaglia esegetica intorno al dettato dell’articolo 9 della nostra Costituzione, il dibattito si è soprattutto concentrato sulla parola «Repubblica »: è lo Stato-persona (cioè lo Stato apparato centrale, in opposizione alle autonomie territoriali), o è invece lo Stato-ordinamento (cioè tutto il sistema istituzionale, ivi comprese le autonomie locali di ogni grado)?
In questi settant’anni (tra sentenze della Corte costituzionale, riforme del titolo V, statuti delle regioni) le risposte sono state diverse, e spesso contraddittorie. Si sarebbe potuto, dovuto, determinare un assetto giuridico che spingesse lo Stato e gli enti locali ad esercitare armonicamente il comune compito della tutela: costruendo insieme una maggiore, e non già una minore, tutela. Nei fatti è accaduto esattamente l’opposto, perché l’assedio giuridico e politico alla «Repubblica» dell’articolo 9 non è stato condotto in nome del diritto dei cittadini a una maggiore partecipazione nella difesa di questi loro beni comuni, ma, al contrario, in nome del consumo di quei beni da parte di amministratori infedeli: insomma, si è colpita la parola «Repubblica» per affondare la parola «tutela».
Ma l’elevazione costituzionale della tutela e della sua attribuzione a tutta la Repubblica ha anche un significato più profondo, quanto trascurato. Nel senso di vigilanza e impegno civile, dopo il primo gennaio 1948 essa spetta ad ogni articolazione della Repubblica: e cioè a ogni cittadino, alle istituzioni (come la scuola, o l’università), alle amministrazioni pubbliche di ogni grado o genere. E dobbiamo essere capaci di leggere in questa chiave i tanti conflitti che si innescano intorno al governo del territorio. È il caso dell’esemplare soprintendente della Sardegna meridionale Fausto Martino, che resiste al potere politico regionale fino ad essere accusato (senza alcun fondamento) di esorbitare dal proprio ruolo. Ed è il caso della archeologa precaria Margherita Corrado, che richiamando al proprio dovere una soprintendenza invece inadeguata esercita con coraggio la tutela nella difficile terra di Calabria, dove sono i clan malavitosi a guidare la devastazione di paesaggio e patrimonio. È il caso dei mille comitati italiani costituiti per salvare un pezzo del Paese a loro prossimo, e caro: a Rimini si presentano esposti in procura per difendere il Ponte di Tiberio, insidiato da assurdi lavori promossi dai poteri pubblici; in Veneto seicento cittadini sfilano in una fiaccolata per difendere il Castello del Catajo e il celebrato paesaggio dei Colli Euganei dalla colata di cemento dell’ennesimo ipermercato; a Cosenza un gruppo di intellettuali tenta disperatamente di far conoscere all’Italia il disfacimento infinito della superba città vecchia, culminato quest’estate in un incendio terribile per uomini e storia.
Si tratta di battaglie difficili, sia che si combattano contro forti interessi speculativi sia che abbiano il loro avversario nella inerzia delle amministrazioni. La loro sola possibilità di successo è incontrare l’interesse della stampa e dunque riuscire a colpire l’opinione pubblica. La politica dei professionisti ha sempre guardato con sufficienza a questo mondo, liquidato anche di recente con battute sprezzanti sui «comitatini » locali. È un grave errore, perché è anche — e ormai forse soprattutto — attraverso questa rete di cittadini che possiamo sperare di salvare la forma (naturale, artistica, culturale) dell’Italia. È attraverso questa spontanea e diffusa magistratura del territorio che la Repubblica, nonostante tutto, tutela.
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