Quindici delegazioni, zero idee l’Italia in gita all’Expo dell’energia
Sergio Rizzo
«Défilé di politici, ricchi buffet e vecchie glorie in mostra, da Leonardo a Enrico Fermi. Eppure alla fiera internazionale in Kazakistan siamo l’unico Paese senza un progetto». la Repubblica, 28 agosto 2017 (p.d.)
Come trasformare un’esposizione universale sull’energia del futuro nell’Expo degli assessori. Se anche questo è genio italico, allora abbiamo fatto centro con la passerella interminabile di presidenti e vicepresidenti dei consigli regionali, membri delle giunte e funzionari locali, burocrati periferici con assistenti, collaboratori e portaborse. Chi impegnato a testimoniare l’esistenza di una improbabile «via toscana all’energia del futuro», chi a illustrare la strategia siciliana della «specializzazione intelligente», chi più modestamente a confidare nella scossa energetica di una mostra di acquerelli di paesaggi lucani di Fabrice Moireau. Ma si può star certi che nessuna Regione, delle 15 partecipanti, ha rinunciato alla scampagnata asiatica settimanale.
La prova del pasticcio che abbiamo combinato con il federalismo straccione partorito nel 2001 si trova a seimila chilometri da qui, in una città che venticinque anni fa neppure esisteva: Astana, attuale capitale del Kazakistan. Questo Paese è uno dei maggiori produttori di idrocarburi del mondo, ma per ragioni che vanno ben oltre tale aspetto ha avuto in carico l’organizzazione dell’Expo mondiale che ha per tema l’energia del futuro. Tre miliardi di dollari investiti in una formidabile operazione di propaganda interna per una repubblica grande dieci volte l’Italia, che ha seguito il destino di altri pezzi dell’Asia centrale dopo la dissoluzione dell’Urss. Il potere è rimasto da trent’anni nelle mani della stessa persona, con relativi strascichi familiari. Nursultan Nazarbayev era il segretario del partito comunista prima del crollo dell’Urss, ed è presidente ininterottamente da 27 anni. L’aeroporto di Astana porta il suo nome. Come il Museo e l’Università. C’è perfino una banca che sembra ispirarsi al nome del leader: Nurbank. La nuova capitale l’ha fondata lui, nel cuore della steppa asiatica. Quella di prima, Almaty, nata nel 1854, era troppo vicina al confine della Cina. Dal 2010, per decisione del parlamento da lui controllato, Nazarbayev ha l’appellativo di padre della nazione, che lo ha trasformato in intoccabile, garantendogli l’immunità giudiziaria perpetua. L’ultima volta è stato riconfermato con il 96 per cento dei voti e uno dei suoi (tre) avversari alle elezioni ha dichiarato di aver votato per lui. L’opposizione semplicemente non esiste. Le procedure sovietiche, invece, sono tuttora pienamente in auge nonostante l’invasione del wifi gratuito e strade immense stracolme di immensi suv Toyota con qualche Ferrari che sfreccia di tanto in tanto.
Maturati nel decennio berlusconiano segnato dalle solide amicizie del Cavaliere con certi residui dittatoriali dell’ex impero sovietico, tipo quel Lukashenko che comanda in Bielorussia dal 1994, i rapporti fra Italia e Kazakistan non potrebbero essere migliori. L’Eni coltiva da anni interessi enormi. E fino allo scorso anno avevamo il primato del commercio con i kazaki, che ora hanno i russi. Ed è qui che la storia dell’Expo prende una piega ben diversa dalle premesse. Intanto i soldi. Dallo Stato italiano arrivano un paio di milioncini, lordi, in tutto. Briciole, in confronto alle risorse messe in campo dagli altri. Non parliamo del Kazakistan, o della Cina, oppure della Russia. Ma di Francia, Germania, Giappone, Israele, Corea… E poi i tempi con l’acqua alla gola, un classico italiano. Il commissario Stefano Ravagnan, l’ambasciatore italiano, e il suo vice Salvatore Parano, responsabile dell’ufficio Ice, fanno letteralmente i salti mortali e riescono a far quadrare il cerchio. Tanto che il padiglione italiano, a due settimane dalla chiusura dell’Expo, è uno dei più frequentati. Gli ambienti disegnati da Paolo Desideri, piacevoli e accoglienti. Lo stile, al livello made in Italy. L’organizzazione, impeccabile.

Una specie di miracolo, insomma. Che tuttavia non risolve il problema di fondo. Qui ogni Paese avrebbe dovuto presentare la propria idea per l’energia del futuro. La Cina, per esempio, dichiara apertamente di puntare sulla fusione nucleare. Idem la Francia. La Russia di Vladimir Putin espone ad Astana un enorme pezzo di iceberg: la sua strategia è senza infingimenti per lo sfruttamento delle risorse petrolifere artiche. La Corea investe sull’intera gamma delle energie alternative. E dopo Fukushima anche il Giappone ha voltato pagina. La Germania, dove Angela Merkel ha decretato che entro il 2050 l’energia sarà prodotta solo da fonti rinnovabili, scommette sull’efficienza. Perfino il Kazakistan si interroga sul superamento dei combustibili fossili. E l’Italia? L’Italia mette in bella mostra Duomo di Milano, Torre di Pisa, Fontana di Trevi e piazza San Marco. Tutto magnifico. Peccato solo che manchi l’idea. Semplicemente perché quella idea non c’è.

Intendiamoci, non che altri Paesi abbiano poi fatto tanto meglio. Il padiglione dell’India, per dirne una, sfocia in un mercatino di bigiotterie. Ma da Astana giunge implacabile il messaggio che siamo l’unico Paese del mondo sviluppato a non avere un preciso disegno di politica energetica. Per legge. Lo abbiamo deciso nel 2001 con la riforma del titolo V voluta dal centrosinistra che per inseguire le spinte leghiste ha devoluto troppi poteri alle regioni. Compreso questo: «produzione, distribuzione e trasporto dell’energia». Una prerogativa insensata. Ma impossibile da mettere in discussione, dopo la bocciatura del referendum costituzionale che l’avrebbe riportata in capo allo Stato.

Inutile allora stupirsi se anziché un grande progetto italiano, che non esiste, all’Expo sull’energia ci presentiamo con mandrie di assessori e buffet di prodotti tipici regionali come intermezzo fra le foto di una turbina piemontese e le immagini di un campo eolico siciliano. Mentre le pubblicazioni specialistiche titolano trionfanti: «L’Umbria sbarca ad Astana 2017», «La Liguria protagonista all’Expo di Astana», «Astana Expo, ecco le eccellenze laziali ». E via di questo passo. Soltanto Valle D’Aosta, Abruzzo, Molise, Calabria e Trentino Alto Adige si sono chiamate fuori da questa giostra grottesca e ben più costosa dei 10 mila euro di contributo iniziale uguale per tutti. Ad Astana financo la Confindustria è regionale: Assolombarda.

E siccome un’idea nazionale non c’è, la soluzione per dare un’immagine comunque italiana è l’armamentario delle care vecchie glorie. Antonio Pacinotti, Alessandro Volta, Enrico Fermi, Leonardo da Vinci… L’Eni proietta un filmato su Enrico Mattei, l’uomo che ebbe il coraggio di contrastare le Sette Sorelle e ci lasciò la pelle. Mentre fuori dal padiglione un giovane artista che ha fatto la scuola di Brera, Ottavio Mangiarini, ha la fila incessante di chi vuole il ritratto. Ed è forse l’attrazione più sorprendente. Del resto i visitatori non sono quasi tutte famiglie locali, comitive e scolaresche? Già. Ma siamo sempre l’Italia, ed essere qui è obbligatorio. Anche perché le imprese italiane fanno un sacco di affari. Chiedere per conferma al ragionier Giuseppe Bergamin, la cui azienda veneta Sunglass ha fornito i vetri curvi per l’immensa sfera di cristallo del padiglione kazako. Ragion per cui se c’è qualcuno che con questa storia porta a casa qualcosa di concreto è soprattutto lui.
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Non è la prima volta che assistiamo all' entusiasmo, sostenuto da soldi pubblici, per fonti di energia etichettate come rinnovabili e pulite. Si scopre poi che inquinano, sottraggono risorse, arricchiscono qualche azienda, impoveriscono la popolazione, ma gli investimenti continuano e neanche la scusa occupazionale è rilevante. Sempre vilipesi sono gli interessi collettivi! (i.b.)
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