Le leggi assurde rovinano le città
Salvatore Settis
«Tre ministeri (Beni culturali, Ambiente, Agricoltura) legiferano pestandosi i piedi tra loro, per non dir poi delle Regioni e dei Comuni, che ignorano spesso le norme statali». il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2017 (p.d.)


Giunti ai saldi di fine stagione di una legislatura in gran parte sprecata inseguendo a vuoto una riforma costituzionale sbagliata e arrogante, governo e Camere sono invischiati nel piccolo cabotaggio delle leggi da approvare in articulo mortis, sbandierate in base alla retorica delle riforme purchessia, senza badar troppo a come poi sono scritte. Manca dalla scena l’ingrediente essenziale: uno sguardo lungimirante, un progetto per il Paese. Eppure è necessario stringere i denti, provando a pensare l’Italia che vorremmo. Immaginando, a prescindere da chi poi ci governerà, quali sarebbero le cose da fare. Ripudiando il tran-tran di leggine che mettono una toppa ai problemi via via che vengono a galla: pessima abitudine, che cuce addosso alla pretesa maestà della Legge una sbrindellata veste di Arlecchino fatta di norme incoerenti fra loro. Sarebbe il momento, invece, di agire in profondità sull’ordinamento, se e dove ce n’è bisogno. Perché, ad esempio, le periferie brutte e obese, l’abusivismo, i condoni a ripetizione? Perché la gentrification che separa i poveri dai benestanti, scaccia dai quartieri più appetibili i giovani, gli immigrati, gli anziani? Perché una gestione del territorio irrazionale e irresponsabile, che genera diffuse patologie sociali?
Il peccato originale è il mancato raccordo tra la legge Bottai sulla tutela del paesaggio (1497/1939) e la legge urbanistica 1150/1942. La legge Bottai previde i “piani territoriali paesistici”, posti sotto la sorveglianza del ministero dell’Educazione; tre anni dopo la legge urbanistica introdusse, dandone la competenza ai Lavori pubblici, i “piani territoriali di coordinamento”, collegati a piani regolatori comunali o intercomunali. Ma tra i piani paesistici del 1939 e i piani urbanistici del 1942, nonostante l’aggettivo “territoriali” che hanno in comune, non fu previsto alcun raccordo: come se il “paesaggio” si arrestasse alla soglia delle città, e l’“urbanistica” nulla avesse a che fare col territorio circostante. Tra campagna e città restava così una zona grigia, una terra di nessuno. Questo l’ordinamento con cui la Costituente dovette fare i conti. L’Assemblea proiettò e incardinò nella Carta la legislazione ordinaria vigente, attribuendo allo Stato la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e trasferendo alle Regioni la materia urbanistica (artt. 117 e 118 Cost.). Ma separando il paesaggio dall’urbanistica la zona grigia intermedia fu consegnata alla legge della giungla (ancor peggiorata dalla riforma del Titolo V, 2001).
Lo sviluppo abitativo del Dopoguerra spostò il centro di gravità dal paesaggio all’urbanistica, all’edilizia, a una nuova viabilità dominata dalle autostrade. La legge del 1942, pensata quando le campagne erano ancora il luogo di una diffusa civiltà contadina e pastorale, restò in vigore anche negli anni del boom, mentre le campagne si svuotavano. La sua inadeguatezza fu spesso avvertita, ma non si è mai trovato chi riuscisse a porvi rimedio (ci provò nel 1963 Fiorentino Sullo, presto messo alla porta dal suo stesso partito, la Dc). Con marcatissimo contrasto, proprio mentre la Costituzione innalzava la tutela paesaggistica al massimo rango costituzionale, ponendo l’articolo 9 tra i principi fondamentali dello Stato, le debolezze della politica spingevano la normazione urbanistica in direzione di una crescente deregulation.

Ma la molteplicità e contraddizione di sistemi normativi oggi vigenti si spinge anche oltre. Di fatto, il territorio nazionale è governato da quattro insiemi di leggi separati e incoerenti fra loro, che riguardano il paesaggio e il territorio urbanizzato, ma anche l’ambiente e i suoli agricoli, moltiplicando in tal modo l’Italia per quattro. Tre ministeri (Beni culturali, Ambiente, Agricoltura) legiferano pestandosi i piedi tra loro, per non dir poi delle Regioni e dei Comuni, che ignorano spesso le norme statali, né si coordinano tra loro se confinanti. Contrasti che allargano le zone grigie, seminando speculazione edilizia e abusivismi, terreno di coltura dei periodici condoni.

Rimediare a questa gigantesca stortura richiede competenza e intelligenza politica, agendo sull’ordinamento ma anche sulla Costituzione, con un intervento limitato e mirato, e non riforme “a raffica” stile Renzi-Boschi. Un buon punto di partenza sarebbe la proposta di Massimo Severo Giannini (anni Settanta) di introdurre forme di controllo pubblico delle aree fabbricabili. Si può fare, scorporando il diritto di proprietà, che resta intatto, dal diritto di edificazione, e assoggettando quest’ultimo a un rigoroso sistema pubblico di controllo, basato su parametri verificabili. Basterebbe, ad esempio, commisurare le ipotesi di crescita urbana a previsioni di crescita demografica certificate dall’Istat per troncare alla radice una gran parte della cementificazione del territorio (molti Comuni truccano impunemente le statistiche). Altri criteri: la presenza e la frequenza di edifici abbandonati, invenduti o inutilizzati, e di aree de-industrializzate da destinare a uso collettivo; o ancora il tasso di edilizia condonata. Infine, un radicale riesame dei “piani-casa” regionali e degli stessi condoni alla luce della Costituzione (vedi il Fatto Quotidiano del 13 agosto), ma anche di una corretta gestione del rischio sismico e idrogeologico.

Città e paesaggi sono la principale ricchezza d’Italia. Sono il sangue e l’anima della nostra memoria storica e culturale, l’eredità che abbiamo ricevuto e che dobbiamo consegnare alle generazioni future. Lo slogan straccione “padroni in casa propria”, che Renzi ha copiato da Berlusconi, guida un degrado civile che privilegia il miope profitto privato sull’interesse pubblico e sulla legalità. È lecito a un cittadino sperare che la prossima legislatura, chiunque ci governi, segni una svolta? Sono ancora attuali le parole di Aldo Moro (1964): “Dobbiamo por fine alla sostanziale sopraffazione dell’interesse privato sulle esigenze della comunità, all’irrazionalità e alla disumanità degli sviluppi delle nostre città, con la conseguenza di una diffusa e crescente distorsione del vivere civile”. Per rispondere a questa responsabilità storica troppo a lungo disattesa, agire sull’ordinamento è necessario e urgente.
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