Il paesaggio sotto la luna
Angelo Ferracuti
«La luna e i calanchi. Il festival della paesologia appena terminato ha il dono di fare uscire la gente dal web. È l’incontro dei «difensori dei luoghi persi» per un nuovo umanesimo». il manifesto, 30 agosto 2017 (c.m.c.)


Chi viene ad Aliano ha bisogno di festa, di cerimonia, di canto, vuole sentire il rumore dei propri passi riecheggiare nelle strade di polvere, scalare i calanchi, camminare in lungo in largo il piccolo paese, condividere un’alba, un tramonto, tirar tardi e vivere in una dimensione d’intimità rurale e comunitaria in una terra che è soprattutto paesaggio.

Ma ad Aliano si viene anche per ritrovare amici vecchi e nuovi, come Andrea Semplici, un reporter navigato e grande viaggiatore kapucinskiano, il quale mi ha detto nel corso di una delle nostre passeggiate del direttore artistico de «La luna e i calanchi» (il festival della paesologia si è tenuto nel paese lucano dal 22 al 25 agosto) Franco Arminio: «Ha il dono di fare uscire la gente dal web».

Che questo piccolo festival paesologico voglia mettere insieme poesia e politica, infatti, è solo un esperimento riuscito, una risposta necessaria a quella che ormai da qualche tempo mi diverto a definire «la poetica del social solo», cioè il rito autoreferenziale che allontana dalla vita comunitaria e avvicina solo al proprio egotismo, o una risposta orizzontale ai tanti festival seriali della Società dello Spettacolo, dove lo scrittore è ormai un innocuo entertainer arrivato solo per pubblicizzare il prodotto.

La cosa incredibile di  Arminio è di esser riuscito a crearlo dal basso e da una zona dell’Italia periferica, Bisaccia, da un sud del sud, con fierezza e determinazione, e aver opposto il corporale all’artificiale come aveva capito uno scrittore che il capitalismo selvaggio, economico e digitale, l’aveva visto con molto anticipo, Paolo Volponi, anche lui un selvatico dell’Appennino, poeta e politico come Rocco Scotellaro, e come Osvaldo Licini, comunista lirico e pittore ribelle delle Amalassunte.

Crearlo e moltiplicarlo, perché ormai questo ritrovo collettivo è la punta dell’iceberg di una costellazione di iniziative che si chiamano «Rocciamorgia» nel Molise di mezzo, «Giardini delle Esperidi» a Zagarise in Calabria, e che si fa persino a Piero, frazione di Curiglia con Monteviasco, 16 abitanti e l’assenza di strade per arrivarci, in provincia di Varese, ma che continua tutto l’anno alla «Casa della paesologia» di Trevico.

Il festival è come una navigazione su internet dal vero, una specie di mappa interattiva, vasi comunicanti e parlatori, concerti, letture ad alta voce all’alba di poeti che resistono al sonno e sono acclamati dal pubblico caloroso che li ascolta con rapimento nel palcoscenico vivente di Piazza Panevino, cuore del paese (quest’anno Adelelmo Ruggieri, Maria Grazia Calandrone, tra gli altri).

Mi rendo conto di non essere un buon spettatore, mi agito di continuo e scappo, onnivoro vorrei vedere tutto, andare dove le cose accadono, e qui sono tante e in contemporanea per un disordine prestabilito, ma soprattutto fare quello al quale molti di noi viaggiatori tendiamo, perdere tempo.

Quando arrivo, stanno già succedendo tantissime cose, venendo quassù ho visto all’entrata del paese le molte tende dei ragazzi giunti da ogni parte d’Italia, perché Aliano va espugnato, e per arrivarci da Foggia devi perderti su strade deserte e fantasmatiche, lunghi rettilinei d’asfalto, prima di salire.

Già raggiungerlo è una forma d’insubordinazione geografica. Alloggio sotto il borgo storico originario, dove visse il confino Carlo Levi in una casetta da dove vedeva «il burrone; davanti, senza che nulla si frapponesse allo sguardo, l’infinita distesa delle argille aride, senza un segno di vita umana, ondulanti nel sole a perdita d’occhio, fin dove, lontanissime, parevano sciogliersi nel cielo bianco», come scriveva in Cristo si è fermato ad Eboli (Aliano nel libro è chiamato Gagliano).

Non è un caso che il festival della paesologia si svolga qui in questo luogo fortemente simbolico. La casa dove lo scrittore torinese soggiornò tra il 1935 e il 1936 adesso è vuota, non ci sono oggetti, suppellettili, arredi, ricordi e, forse anche per questo, la sua presenza qui si sente ancora più forte.

Lungo la strada  che porta al paese alto, nel punto dove c’è una statua monumentale di padre Pio, il cantastorie sta seduto su una sedia sopra il muretto bianco, sotto un albero di ulivo dove ha appoggiato il mandolino, canta di emigrazione e di miseria quando passo, accompagnandosi con la chitarra.

Nei tre baretti ragazzi seduti ai tavoli insieme ai vecchi del paese, ma di questo incontro non è dato di sapere, forse gli abitanti di Aliano, quelli che qui sfidano i tenebrosi autunni e gli inverni infiniti, gli eroi dell’Italia interna, i difensori dei luoghi persi, comprese le 40 famiglie di marocchini invisibili, che sembrano addirittura essersi nascosti in questi giorni, guardano tutto come un bizzarro spettacolo vivente di cui non riescono mai a diventare protagonisti, comparse, e forse neanche spettatori.

Ma Aliano non è solo rappresentazione en plein air, performance di rara intensità espressiva come quelle di Amalia Franco, attrice con una grande capacità metamorfica in «Lasciare andare con grazia», un corpo a corpo con il doppio, tante cose accadono «Verso le dieci», o «verso le undici», tanto per dare un’idea della provvisorietà del tempo e dei luoghi, che possono cambiare, altre succedono all’improvviso fuori programma dove meno te lo aspetti, conversazioni filosofiche, o piccoli convegni sul futuro del Mezzogiorno, quello dell’Italia interna, le politiche di integrazione e il tema dei migranti.

Carmine Nardone che parla di Manlio Rossi Doria, l’economista e politico di cui fu collaboratore, diventa racconto concreto del rapporto sadomasochistico tra Nord e Sud, l’originalità territoriale contro quella che chiama «l’imitazione delle aree forti», che crea dipendenza, la non separazione tra l’agire tecnico e quello politico.

Forte l'intervento dello storico Sandro Triulzi, «la migrazione è come il mondo sta cambiando» esordisce, fa collegamenti di date tra il 3 ottobre 2013, quella del naufragio di Lampedusa dove morirono soprattutto eritrei, e il 3 ottobre 1935 quando l’esercito italiano sotto la guida del generale Emilio De Bono invase l’Eritrea, che salda due storie lontane, lo stessa data simbolica della giornata mondiale della memoria e dell’accoglienza.

Ma il momento politico più intenso si svolge il penultimo giorno all’Auditorium dei calanchi, i «Parlamenti comunitari», un flusso ininterrotto di esperienze di conservazione di umanità e paesaggio, civiltà e cultura dell’accoglienza, cercando di praticare un nuovo umanesimo, tra memoria del passato e innovazioni del presente.

Un’altra cosa bizzarra mi è capitata qui ad Aliano. In Piazza Panevino, verso il fondo, appoggiato sopra un piccolo tavolino coperto da un foulard colorato, c’era un contenitore di acciaio con scritto «Pesca la risposta». Prima bisognava mettere una monetina in un vaso, poi domandarsi qualcosa, di se stessi o del mondo, qualcosa che avesse avuto a che fare con un destino, ho immaginato, il gioco consisteva in questo.

Devo aver chiesto che ne sarà di questo mondo precario, se le nostre azioni, come quelle di questi giorni, produrranno o meno senso, perché questa crisi è un’occasione, o se, invece, servono solo il nostro bisogno di consolazione a portarci qui in questo cerimoniale. Quando ho estratto il foglietto, e l’ho aperto, spiegandolo, c’era scritta questa frase sibillina : «Puoi restare nel non sapere? La fiducia nell’originario NON SO. Lì la risposta». Mi è sembrato un incitamento.

«Ci sono luoghi che hanno resistito alla generale evanescenza, luoghi dove si capisce che il romanzo lo scrive la natura, noi mettiamo solo qualche virgola» Franco Arminio

L’ultima alba è ancora sui calanchi, li raggiungiamo che è ancora notte ai piedi del paese in questo paesaggio lucano un po’ desertico, sabbioso, che ricorda quello mediorientale. Un groviglio di montagne scavate si stende all’orizzonte, preceduto da un oliveto molto esteso, una macchia folta di alberi. Arriviamo camminando a piccoli gruppi sulla strada sterrata, ai lati queste montagnette chiare che sembrano di sabbia, con in cima piccoli alberi esili. Si ascolta in silenzio mentre albeggia e il sole spunta lentamente emergendo dalle vette sfrangiate e argillose dei calanchi, illuminando il nostro teatro all’aperto.

È proprio vero, come ha scritto sul pieghevole francescano con il programma Franco Arminio che «ci sono luoghi che hanno resistito alla generale evanescenza, luoghi dove si capisce che il romanzo lo scrive la natura, noi mettiamo solo qualche virgola».
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