Di quale lavoro abbiamo bisogno?
Giorgio Nebbia
«Sarebbe davvero utile interrogarsi in questo momento storico su quello che viene oggi prodotto, importato ed esportato, su quali bisogni di merci e servizi sono soddisfatti e da soddisfare, quale sarà la situazione domani». comune-info.net, 23 agosto 2017 (p.d.)


“Lavoro” è parola magica, ripetuta da tutti: si esce dalla crisi se aumenta l’occupazione non tanto per amore del lavoro o dei lavoratori ma perché solo così i lavoratori, cioè praticamente la totalità dei cittadini di un paese, possono guadagnare del denaro che possono spendere per comprare merci e servizi prodotti da altro lavoro. Il fine del lavoro è infatti produrre merci e servizi. Cioè, sostanzialmente, merci, perché anche i servizi sono resi possibili da qualche ”cosa” prodotta, venduta o acquistata per denaro. Il principale servizio, la vita quotidiana, è reso possibile perché qualcuno produce, col proprio lavoro, ferro, alluminio, bevande, patate, carne, plastica, carrelli della spesa, e trasporta, carica e scarica verdura e maiali.
Il servizio mobilità, la possibilità di andare al lavoro o in vacanza, è assicurato da quei tanti chili di acciaio, plastica, gomma, alluminio, eccetera che si chiama automobile che si muove soltanto se viene alimentata con un prodotto della raffinazione del petrolio. Il servizio illusione è reso possibile dalla raffinata rete telematica che alimenta le sale giochi, le macchine da poker e dalle persone che raccolgono o convogliano scommesse. Tutto lavoro. A rigore, anche i servizi evasione e prostituzione sono resi possibili dal lavoro di chi produce e vende stupefacenti, o accompagna le ragazze al posto “di lavoro” sulla strada. Ciascuna società scoraggia alcuni lavori perché producono merci e servizi eticamente sconsigliabili e ne incoraggia altri.
Mi piacerebbe che i responsabili dell’economia spiegassero quali merci e servizi intendono aumentare o scoraggiare per aumentare l’occupazione. Perché è vero che il capitale necessario per avviare la produzione di merci e servizi, in una società di libero mercato, è fornito dai capitalisti privati che si aspettano un giusto compenso – “to turn an honest penny”, come scriveva Marx – sotto forma di un profitto che gli consenta di avviare la produzione di altri merci e servizi, ma in realtà nelle società a libero mercato i capitalisti privati producono merci e servizi attraverso soldi pubblici, direttamente o indirettamente: sotto forma di prestiti, concessioni, incentivi. Badate bene che in questo ragionamento faccio finta che non esista corruzione. Sarebbe quindi bene che i governanti spiegassero chiaramente come intendono spendere pubblico denaro per produrre che cosa. Un solo esempio: ci sono merci e servizi che non “servono” più, che hanno saturato il mercato (penso all’automobile e a certi settori dell’arredamento). Le fabbriche chiudono, i lavoratori vengono licenziati; per assicurare occupazione a tali lavoratori ha senso continuare a produrre le stesse merci e servizi o occorre incentivare investimenti in altre produzioni ?
A mio modesto parere la salvezza dei lavoratori, ma anche dei capitalisti,andrebbe cercata nell’identificare dei bisogni, anzi delle gerarchie di bisogni da quelli urgenti e indilazionabili (cibo, abitazioni, acqua, salute, mobilità, istruzione) a quelli che possono essere considerati secondari. Uno dei settori che “tirano” sembra essere quello dell’edilizia consistente nella moltiplicazione di case e edifici che spesso restano non occupati anche dopo anni o che vengono occupati poche settimane o pochi giorni all’anno. Nello stesso tempo milioni di immigrati, del cui lavoro abbiamo disperatamente bisogno spesso sfruttandolo, vivono spesso in condizioni disumane senza che nessuno pensi a una edilizia popolare per loro.

All’alba della rivoluzione bolscevica i nuovi dirigenti, davanti ad un paese devastato dalla guerra, dalla carestia e dalla miseria, istituirono un ufficio per la pianificazione il quale aveva il compito di identificare quanto grano sarebbe stato necessario produrre, quante macchine sarebbero state necessarie per produrlo, quanto acciaio sarebbe stato necessario per tali macchine, quanti lavoratori sarebbero stati necessari per grano, macchine e acciaio. E così via. Roosevelt istituì un simile ufficio, per inciso impiegando il giovane Leontief che aveva lavorato nell’Unione Sovietica alla prima pianificazione. Oddio, anche in Italia esiste un ministero della programmazione economica che però ha programmato sempre quello che faceva comodo al grande e piccolo capitale e non ai lavoratori.

Da qui l’attuale crisi. Non so se vorranno farlo l’attuale o qualsiasi futuro governo, le organizzazioni di industriali, commercianti, agricoltori, i sindacati, o se vorrà cimentarcisi qualche gruppo di persone attente al futuro. Ma forse sarebbe utile interrogarsi su quello che viene oggi prodotto, importato ed esportato, su quali bisogni di merci e servizi sono soddisfatti e da soddisfare, quale sarà la situazione fra, diciamo, cinque anni. È vero che il mercato è globalizzato, come si dice, che non si possono impedire le importazioni nella speranza che ad esse corrispondano delle esportazioni, ma in realtà tutti o governi usano i propri poteri per decidere che cosa “ritengono” utile o inutile, spesso commettendo errori che si rivelano dopo qualche tempo e soldi e lavoro dissipati. Si pensi, solo per fare qualche esempio di ieri e di oggi, al ponte sullo stretto di Messina, all’alta velocità, alle centrali nucleari, al “Mose” di Venezia.

E non tocco i costi ambientali (che sono poi costi monetari, di pubblico denaro, cioè di soldi sottratti ai lavoratori) che molti errori di “programmazione” comportano sotto forma di inquinamento, di erosione del suolo, di frane e alluvioni. Si pensi alle cose “non fatte” come la difesa del suolo contro l’erosione, la regolazione del corso dei fiumi e torrenti, la bonifica delle zone inquinate, il corretto smaltimento dei 150 milioni di tonnellate di rifiuti solidi prodotti ogni anno dalla nostra “società dei consumi”.
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