Oltre duemila in corteo «Riprendiamoci la città»
Manuela Pivato
Una grande manifestazione a Venezia per la difesa di una citta' da vivere e non da consumare. la Nuova Venezia, 3 luglio 2017 (m.p.r.)

Più ostinati del sole, più uniti di sempre, persino più numerosi dei turisti, ai quali - per una volta - tolgono i masegni e l'aria, riprendendo possesso di quella riva che fino a qualche anno era la passeggiata dei veneziani, da Piazza San Marco ai Giardini della Biennale e ritorno, con il gelato in mano. Hanno dai 6 ai 76 anni, la maglietta sudata, il cappello calato sulla fronte, chi il megafono, chi uno striscione, chi il gonfalone di San Marco; rappresentano associazioni, gruppi, piccoli comitati, o non appartengono a nessun circolo ma sono lì a titolo personale, famigliare o in rappresentanza del proprio condominio. Soprattutto, sono tantissimi. In oltre duemila, secondo alcuni fino a 2.500, ieri mattina, hanno gonfiato le file della manifestazione - promossa dal Gruppo 25 Aprile - dal titolo che è l'insegna della resilienza veneziana: "Mi no vado via"; cioè io resto, sono qui, nessuno mi farà sloggiare.
Così tanti, che per una volta organizzatori e vigili urbani sembravano essere quasi d'accordo sui numeri. «Un anno fa eravamo in trecento, e avevamo fatto un fash mob; questo significa che la città ha risposto all'appello, anche in una domenica di luglio - dice Marco Gasparinetti del Gruppo 25 Aprile - Se il sindaco è leggermente sordo, noi alzeremo la voce». Avanza, dietro uno striscione con la scritta "Il mio futuro è Venezia" (tradotto anche in inglese), la città di oltre quaranta associazioni - da Italia Nostra a Fortum Futuro Arsenale, dagli scout della Giudecca all'Assemblea per la Casa, dai separatisti al Sindacato Unione Inquilini, da Generazione 90 a Venezia Cambia a No Grandi Navi - ma anche degli artigiani di Confartigianato, dei sindacati, dei separatisti; si mescolano molti voti noti - Roberto Ellero, Tiziana Agostini, Giantonio Bellati, Andreina Zitelli, Piero Bortoluzzi, Nicola Pellicani, Sara Visman, Giovanni Pelizzato; volano bottigliette d'acqua minerale, fazzolettini di carta, barrette energetiche e tocca sempre ai Pitura Freska, sparati a palla, dare il ritmo al corteo. 
Da campo dell'Arsenale al monumento a Vittorio Emanuele II, sui quei pochi metri quadrati di Riva degli Schiavoni normalmente occupati da ambulanti e orde di turisti sbarcate dalla motonavi, il sole di luglio rende quasi festosa una manifestazione che, su ogni ponte, Stazione di una moderna via Crucis, svela invece la rovina che sta consumando la città. Senza ombra di paracadute, toccano picchi impensabili lo spopolamento, il fiorire incontrollato di alberghi e bed & breakfast, la cessione di palazzi per interessi turistici come Ca' di Dio destinata a diventare hotel di lusso, i prezzi degli affitti alle stelle che fanno scappare residenti e artigiani; ma soprattutto covano la spoliazione lenta e costante di servizi, uffici, scuole; lo svuotamento di interi complessi, di porzioni di città, iniziato ormai vent'anni e fa e poi accelerato negli ultimi. 
La difesa di "diritti" elementari, la conta ossessiva dei sopravvissuti, le gioia nel ritrovare qua e là un esule di rientro, o nel vedere un'altra associazione che alza la testa, rivelano quanto la città stessa si consideri una riserva. «Questo è il grande cuore di Venezia, una Venezia che resiste» si sgola Tommaso Cacciari dal ponte della Pietà «tutti stanno mettendo da parte il proprio io per costruire il grande noi. Giù le mani dalla città, guai a chi vuole trasformarla in una Dubai». Duemila anime unite nel tirare fuori le unghie, come Giampietro Pizzo di Venezia Cambia. «Chiediamo - dice - che il Comune discuta il Piano degli interventi in un Consiglio comunale straordinario; dobbiamo stare attenti che non passi la logica che chi porta i soldi si possa prendere la città». Prossima mossa, la Misericordia: come fa notare Gasparinetti, appartiene alla città e la Sala Leonardo non basta più.
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