L’Unesco premia l’Italia ma il Belpaese sta crollando
Tomaso Montanari
Chissà che la ragione di tanta premialità non stia nel fatto che l'Unesco non tragga le sue risorse dall'Onu ma dai governi, e che tra i suoi finanziatori non primeggi il governo italiano?. la Repubblica, 11 luglio 2017

Evviva, l’Unesco ha deciso di aggiungere alla lista del patrimonio dell’umanità altri due siti italiani: alcune faggete primordiali dell’Appenino e le opere di difesa della Repubblica veneziana, dalle mura di Bergamo alla meravigliosa forma di Palmanova. Così l’Italia raggiunge la cifra di 53 luoghi, e il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini esulta per un risultato che «consente al nostro Paese di mantenere il primato del numero di siti iscritti alla Lista e di esercitare un notevole ruolo nella diplomazia culturale nel contesto internazionale».

Benissimo. Ma prima di pensare alla diplomazia dovremmo forse pensare alla responsabilità che il mondo ci riconosce. Non c’è bisogno dell’Unesco per sapere cosa custodiamo, ed è terribile che nelle stesse ore in cui gioiamo arrivi la notizia del crollo che, nel Duomo di Acireale, ha seriamente ferito un bambino. Il sindaco ha amaramente commentato che «alcune delle nostre meravigliose e antichissime basiliche hanno bisogno di manutenzione straordinaria».

Ma la verità è che quella che non si riesce più ad assicurare è la manutenzione ordinaria: la sola che possa evitare disastri, e che se seriamente pianificata e opportunamente finanziata permetterebbe di risparmiare rispetto agli interventi in emergenza, e di creare occupazione.

Come sempre in Italia le emergenze dei terremoti svelano impietosamente le gravissime carenze strutturali: e così basta pensare che da otto mesi il mirabile crocifisso quattrocentesco di Johannes Teutonicus (per non citarne che un’opera tra centinaia) giace sotto la macerie della chiesa di Santa Maria Argentea a Norcia per capire che lo Stato italiano si è tolto di mano da solo gli strumenti per difendere, curare, tutelare questo famoso patrimonio dell’umanità.

Né si può pensare di rimediare ai tagli ormai decennali concentrando tutto il (poco) denaro e tutto il (pochissimo) personale sui celebrati supermusei, o sui grandi progetti eccezionali (tanto pericolosi anche sul piano della corruzione). Qualcuno ricorderà che il primo maggio del 2017 l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi annunciò l’attribuzione di un miliardo a questi grandi siti. Solo 150 milioni venivano riservati a quello che si continua a definire il “patrimonio minore”, e che è invece il 90% del tessuto storico e paesaggistico del Paese. 
Allora Renzi andò in televisione, da Fabio Fazio, per esortare i cittadini a segnalare (alla mail bellezza@governo. it) i siti da salvare. Finito lo storytelling, tuttavia, nessuno si è chiesto cosa di concreto sia scaturito da quella brillante idea. La risposta è che sono arrivate 140.000 email, con la preghiera di curarsi di 7.540 monumenti, distribuiti in 3.197 comuni. Troppe perché qualcuno decidesse cosa fare: e così il 29 aprile scorso, a un anno esatto dall’annuncio, Renzi ha mestamente comunicato che «il sottosegretario Maria Elena Boschi con il vice segretario generale di Palazzo Chigi, Salvo Nastasi, stanno gestendo da qualche giorno il dossier che io avevo lasciato indietro». Entro il 2017 dovremmo riuscire a decidere cosa fare: figuriamoci poi quanto ci vorrà per farlo.
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