L’Italia dei paesi fra abbandoni e ritorni
Antonella Tarpino
«È una fatica quella di accudire il restare che però dà frutti insperati, una sosta fertile dentro il continuo dileguare. Restare è un verbo inscritto nel futuro». doppiozero, 14 luglio 2017 (c.m.c)




Vito Teti, Quel che resta. L’Italia dei paesi fra abbandoni e ritorni, editore Donzelli.

Partire dalla fine, è il punto di avvio del libro fortemente empatico di Vito Teti, Quel che resta. L’Italia dei paesi fra abbandoni e ritorni, con l’introduzione di Claudio Magris, editore Donzelli. Partire, non semplicemente fermarsi a “quel che resta”, perché l’abbandono mette in questione la struttura stessa del mondo che si lascia (aggiungerei anche quello che si va a cercare) mette in tensione le relazioni, cambia la morfologia dell’abitare, il senso stesso dei luoghi (come recita il suo libro precedente, divenuto ormai un classico).

Mentre ciò che appartiene al tempo trascorso può essere invece riscattato, oltre le cesure, e le discontinuità del tempo come un mondo carsico di potenzialità sì sommerse ma, al tempo stesso, capaci di esprimere potenzialità diverse, incompiute eppure “suscettibili di future realizzazioni”.

Ecco, allora, filtrare, al di sotto della trama dolente del libro, fatta di vuoti, schegge e ombre di un abitare divenuto buio (riecheggiano, nelle pagine accorate, voci, suoni ormai inerti di tanti paesi, un Sud apparentemente perduto) gli interrogativi, i dubbi di quella sorta di alter-ego che per l’autore è Corrado Alvaro: se sia possibile cioè pensare tracce, scarti, frammenti, rovine, paesaggi come una geografia a tutti gli effetti del presente. Come se quelle ombre, gravate dall’utopia disincantata che si portano dentro, non fossero in fondo – come afferma Claudio Magris nella densa introduzione – una forma malinconica ma insieme agguerrita della speranza.

Dove la nostalgia ha dimora proprio in quanto non è necessariamente desiderio di un’eternità immobile ma, e qui Teti si richiama alle parole di Jean-Bernard Pontalis, “di nascite sempre nuove” perché desiderare un futuro dipinto con i colori della nostalgia vuol dire immaginare in sé un futuro diverso da quello che si è realizzato.

Nostalgia che rimanda a una rinominazione del tempo. A una concezione antica, con cui le comunità tradizionali hanno convissuto a lungo, fatta di un futuro che talvolta può diventare peggiore del presente. La stessa indecifrabilità oggi che investe il tempo: l’orizzonte opaco di ciò che ci riserva il domani e di cui forse non si sa nemmeno bene, quel che di noi “resterà”. Riflettendo su questo snodo – a mio parere cruciale – mi è tornato in mente un passaggio di Zygmund Bauman: quando osserva che il futuro non è più il luogo sicuro e promettente verso cui rivolgere le nostre speranze e al contrario viviamo con l’impressione crescente di perdere il controllo sulle nostre vite, ridotti come siamo a pedine mosse avanti e indietro sullo scacchiere “da giocatori sconosciuti, indifferenti ai nostri bisogni, se non apertamente ostili e crudeli, pronti a sacrificarci nel perseguimento dei loro obiettivi (in La grande regressione a c. di H. Geiselberger, Feltrinelli).

Quel che resta insomma, è l’invito sommesso e tenace del pensiero antropologico più avvertito – tra cui la voce stessa di Pietro Clemente – «è ancora moltissimo». È una fatica quella di accudire il restare che però dà frutti insperati, una sosta fertile dentro il continuo dileguare, un suggerimento al bisogno che si avverte in tanti (e qui penso a Gilles Clément) di cambiare leggendo, attingendo all’indietro e in avanti nel tempo. A partire da ciò che resta appunto. Perché i rimasti, e con loro le cose che restano, (dietro ai luoghi ci sono gli uomini e le donne) appartengono al più vasto mondo quanto quelli che sono in viaggio: alla stregua dei ruderi e delle reliquie che testimoniano di un mondo esploso, “di un corpo frantumato”, quello dei paesi vuoti, – ci mostra Teti – fragili come le sparute comunità che ancora li abitano, le cui schegge, però, si sono spostate in mille luoghi.

Ecco, allora, presi per mano dall’autore, si capisce in fondo, che è importante rovesciare il punto di osservazione, svelare il gioco ingannevole di un movimento solo apparentemente fermo. Così che spetta ai rimasti oggi, in fondo, “assumere la missione” di essere i nuovi viaggiatori, i nuovi esploratori. Dove i missionari non arrivano più da fuori. Da fuori arrivano non quelli che viaggiano ma quelli che scappano, portando con sé tutto “quel che resta” del loro mondo andato in fiamme: come ci insegna la lezione di Riace e del suo sindaco Domenico Lucano che, in uno scambio ininterrotto con lo stesso Vito Teti, ha pensato di accogliere nei vuoti del suo paese in abbandono i profughi dal Mediterraneo in guerra e che un regista come Wim Wenders ha rappresentato nel filmato Il volo.

L’ombra allora che “quel che resta” porta con sé è il lato antico e nuovo che bisogna conoscere, indagare, avverte l’autore. Perché un mondo che non sa fare i conti con ciò che rischia di sparire o che non c’è più, che poi è la morte stessa, forse si avvicina alla sua fine, o è già morto. Restare (o tornare, che è la stessa cosa) è un verbo inscritto nel futuro, come ci mostrano le ultime pagine, intensissime, del libro in cui si dà voce alle parole di una suora, Chiara, che ha scelto con le altre consorelle di riabitare un luogo abbandonato della Calabria, Scigliano.

«Restare – è il suo monito – fa paura perché guardando i paesi disabitati ci riscopriamo frammentati dentro. Ci guardiamo negli specchi delle case vuote, dalle finestre cadenti da cui nessuno si affaccerà più. Ma è proprio di lì che tutto può ricominciare. Perché nel frammento di ciò siamo si ricama l’orma di un tutto che passa attraverso le trame delle piccole cose dei piccoli e dimenticati segni di vita che ci circondano».
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