Il ritorno dell'interesse nazionale
Claudio Tito
«L' Unione ancora più indebolita, sciolta in una sorta di Europa “liquida” in cui ognuno pensa al vantaggio individuale. Preoccupati solo di curare il proprio giardino nell’incapacità di amministrare l’intero parco». la Repubblica, 28 luglio 2017 (c.m.c.)



Ci sono due parole che descrivono bene la crisi che sta vivendo l’Unione europea: interesse nazionale. Lo scontro tra Francia e Italia sull’acquisizione di Stx da parte di Fincantieri ha rispolverato un concetto che negli ultimi quindici anni era stato emarginato. O almeno la classe dirigente del Vecchio continente aveva iniziato a utilizzare con pudore, se non con un vero e proprio senso di vergogna.

Ecco, quel muro, anche solo psicologico, è stato abbattuto. E le macerie si riverseranno su un futuro che rischia di essere ben più appannato del presente che stiamo vivendo. Con un’Unione ancora più indebolita, sciolta in una sorta di Europa “liquida” in cui ognuno pensa al vantaggio individuale. Preoccupati solo di curare il proprio giardino nell’incapacità di amministrare l’intero parco.

Il presidente francese Macron ha vinto le elezioni presentandosi anche come il “campione” di un nuovo europeismo. Ha marcato la campagna elettorale affrontando a viso aperto il populismo di Le Pen. Ha persino organizzato la sua cerimonia di insediamento facendo suonare l’Inno alla Gioia di Beethoven, ossia l’inno ufficiale della Ue.

Eppure molti degli atti concreti realizzati in questi mesi costituiscono una vera e propria inversione di tendenza. Del resto si tratta di una retromarcia che non è stata innestata solo da Parigi. È ormai chiaro che l’interesse nazionale sta prevalendo in quasi tutta Europa. Se l’Eliseo annuncia la nazionalizzazione dei cantieri Stx con il ministro dell’Economia Le Maire che dichiara pubblicamente « difendiamo i nostri interessi», in Spagna le procedure di acquisto di Abertis da parte di Atlantia sono costellate da una serie di ostacoli e condizioni che fanno perno proprio su una sorta di neoprotezionismo. Tutto a dispetto dei principi comunitari che consentono di vietare le acquisizioni straniere solo in caso di minaccia per «la sicurezza pubblica o l’ordine pubblico». E certo non sembrano i casi trattati in questi giorni.

Il punto, ormai, è che si sta mettendo sullo stesso piano la difesa della specificità europea e quella dei singoli partner dell’Ue. All’inizio dell’anno i ministri dell’Economia di Italia, Francia e Germania avevano chiesto alla Commissione di Bruxelles di rivedere le regole per gli investimenti stranieri nell’Unione. Un tentativo di difendersi soprattutto dall’aggressività imprenditoriale asiatica. Un modo per tutelare il nostro know how. E per porre il tema della reciprocità a paesi che concepiscono il capitalismo solo senza regole. Ma quella preoccupazione adesso si sta trasformando in una malattia endogena capace di infettare le radici dell’Unione europea. Soprattutto di minare alla base gli ideali sui quali è stata edificata l’Ue. Non è infatti un caso che la sfida intrapresa da questo egoismo nazionalista 2.0 non si concentri solo sulle partite industriali e finanziarie. Ormai si sta trasferendo anche sui grandi temi che assillano tutti i paesi. Basti pensare all’enorme questione dei migranti.

La soluzione adottata nell’ultimo anno è stata sostanzialmente solo quella di sigillare i confini a nord di Italia a Grecia. Senza alcuna effettiva cooperazione. Come se una volta chiuse le frontiere, il problema potesse essere risolto solo da uno o da un paio di Paesi direttamente toccati dall’ondata migratoria. Chiudendo così gli occhi e facendo finta di non vedere. Riservandosi magari la possibilità di intervenire unilateralmente nel caso in cui si offrisse l’occasione di mettere la mano su qualche interesse economico come può essere il petrolio libico.

È lo stesso spirito e lo stesso sentimento che ha portato la Gran Bretagna a votare a favore della Brexit. Sono due facce della stessa medaglia. Che, però, può rapidamente rivelarsi una patacca. Il prezzo di queste scelte, infatti, le paga solo la costruzione dell’Ue. L’Unione ha già segnato il passo sul completamento del suo percorso. Non esiste una politica di difesa comune, non esiste un fisco comune, non si condividono i rischi né le opportunità. Resta solo la moneta unica. Ma è ormai evidente che un’Europa solo monetaria non è più sufficiente.

La rincorsa verso gli slogan del populismo demagogico che ancora vengono urlati nel Vecchio Continente può sortire un solo effetto: assestare un ulteriore colpo a un’Europa già malata. Macron probabilmente volge lo sguardo al passato quando pensa alla “grandeur” francese. Picasso diceva: « Dipingo ciò che penso, non ciò che vedo». Era però un artista. Chi ha responsabilità istituzionali deve essere consapevole della realtà. E anche Parigi è troppo piccola per affrontare in solitudine le sfide globali. Il leader francese non può nemmeno pensare, come diceva De Gaulle, che « l’intendenza seguirà ». In questa Europa nessuno da solo ha la forza di farsi seguire. Tutti, semmai, hanno la possibilità di far pericolosamente tornare indietro le lancette dell’orologio.
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