Il «piano Merkel» per l’Africa rende felici privati e finanza
Giulia Franchi
La solita ricetta sviluppista-neocolonialista pronta a fare affari unicamente attraverso opere faraoniche inutili per i "dannati dello sviluppo" e a relazionarsi con governi pronti a svendere risorse e diritti. il manifesto, 6 luglio 2017 (p.d.)


L’hanno chiamato «Compact with Africa», ma il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, ha voluto ribattezzarlo come «Piano Merkel». Pilastro centrale della presidenza tedesca del G20, nonché tema centrale del summit di Amburgo del 7 e 8 luglio, «Compact with Africa», si presenta come una massiccia iniziativa per rafforzare gli investimenti privati in Africa, «precondizione essenziale per una crescita forte, bilanciata e sostenibile del continente».

«Non un banale aiuto economico a paesi in via di sviluppo», ha tuonato a più riprese Merkel, ma un programma che mira a una «globalizzazione più inclusiva». Parola del ministro dell’economia di Berlino Wolfgang Schäuble. È la vecchia storia della povertà che si combatte con grandi infrastrutture, trasporti, energia e settore idrico in primis, e con la privatizzazione serrata di quelle già esistenti. In sintesi, il solito mantra del G20 che aspira a mobilitare capitali privati attraverso apparenti nuove forme di partenariato pubblico-privato e di meccanismi finanziarizzati. Quegli stessi che sono la causa principale delle crisi ripetute e quindi dell’intensificarsi della povertà. Eppure, nell’apparente miopia che sottende questo circolo vizioso, si attivano i «soliti noti».

Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Banca africana di sviluppo in testa, al fine di negoziare con i paesi africani piani d’azione specifici per ogni Stato, a patto che si rendano disponibili ad attuare riforme adeguate «per migliorare il clima degli investimenti». A suggellare questo vincolo di amorosi sensi si candida il G20, garante d’eccellenza per potenziali investitori incerti.

Ricetta vecchia, ingredienti ammuffiti, verrebbe da dire. Il sempre meno credibile Club dei 20, che ben poco ha fatto per prevenire crisi come quella che gli ha dato i natali nel lontano 2008, si propone come l’architrave politico per eccellenza per creare l’infrastruttura finanziaria necessaria a migliorare le condizioni di vita in Africa. O, ancor meglio, a rilanciare il Continente Nero come laboratorio della narrativa sviluppista, in salsa privata. Tralasciamo il fatto che il Compact for Africa non fa assolutamente tesoro delle tante esperienze negative del passato, cioè i costi pagati dalle popolazioni in nome dello sviluppo, il peggioramento dei servizi, la mancanza di trasparenza nelle operazioni e nei contratti, la cessione di ampi spazi di democrazia e l’aumento dei rischi finanziari per il pubblico.

Accantoniamo anche il «piccolo dettaglio» che «migliorare il clima per gli investitori» significa ridimensionare la sovranità degli Stati nella loro funzione di regolamentazione degli investimenti e che il Compact for Africa trascura i già deboli vincoli finanziari fissati, ad esempio, a garanzia della sostenibilità nell’ambito dell’Accordo per il Clima di Parigi. Proviamo pure a dimenticarci che nessuno sembra preoccuparsi di come tutto ciò potrebbe costituire il punto di inizio di una nuova crisi del debito africano. Fino a qui, infatti, niente di nuovo.

«Aiutiamoli a casa loro», è l’unica apparente novità in un racconto che altrimenti sembrerebbe scritto nella vulgata di moda all’epoca degli aggiustamenti strutturali, condito di sostenibilità come panacea di tutti i mali. Il mondo è cambiato, tocca adeguarsi. Negli anni ’80 e ’90 in Occidente non si moriva ancora per colpa delle bombe, il Mediterraneo non era ancora un cimitero, il vincolo tra sfruttamento di risorse in Africa e sicurezza in Europa non era ancora un tema, e l’ipocrisia cinica, violenta e razzista di chi ci governa non era ancora chiara come oggi.

Il nostro sistema si sente sotto attacco. Davanti alla minaccia di soccombere, anche la retorica buonista dell’aiuto in nome della solidarietà non basta più. Quindi, per dirla con le parole della cancelliera Merkel, «migliorare le condizioni in Africa equivale a creare più sicurezza per noi». Ben consapevole che di fronte al si salvi chi può in cui versa l’Occidente la solidarietà non porta benefici elettorali, con un’ abile mossa la cancelliera trasforma la crisi in opportunità, assicurando ai capitali privati, alle multinazionali straniere, alle banche e fondi d’investimento la possibilità di continuare a depredare l’Africa per molti anni a venire, con la rassicurazione che adesso, oltre che per aiutare loro, tuteliamo anche la nostra sicurezza.

In questo quadro però, fa pensare il fatto che il Compact for Africa irrompe sull’agenda globale proprio mentre gli Stati membri della insicurissima Europa si accapigliano sulla questione migranti e si affannano a blindare le frontiere, allorquando l’Italia fa la voce grossa minacciando di chiudere i porti di approdo, la Germania indaga le Ong per immigrazione clandestina e pressoché ovunque si tenti di trasformare la solidarietà in reato. Il Re è già nudo, ma forse va spogliato ancora un po’. Il mondo è un campo di battaglia, il doppio standard nelle relazioni internazionali da malevola eccezione è diventata la regola, la criminalizzazione dello «straniero» ha raggiunto un punto tale per cui perfino il mantra dell’«aiutiamoli a casa loro» è cosa già vecchia ed è oramai soppiantato da una deriva esplicitamente xenofoba e islamofobica. Tuttavia a casa loro si continua ad andare.

A firmare i contratti multimilionari per grandi infrastrutture, preferibilmente senza gare d’appalto, con interventi militari mascherati da missioni di pace, pompando petrolio e gas fino ad afflosciare il pianeta come un pallone sgonfiato, e a vendere armi a regimi repressivi, tappandosi gli occhi su dove e come quelle stesse armi verranno usate. Tanto poi ci pensa la cooperazione allo sviluppo alla ricostruzione. Ma una buona notizia, per chi dice di governarci c’è, eccome. Possono smetterla di affaticarsi a trovare modi sempre più innovativi per mascherare scelte politiche privatistiche con il bene collettivo. Non c’è più bisogno di inventarsi pericolosi equilibrismi per salvare la forma, o la faccia. È tutto chiaro, sotto gli occhi di tutti. Anche dei milioni di sconfitti dalla globalizzazione, nel Sud come nel Nord del mondo, che la storia che proprio la globalizzazione genererà inclusione non se la sono mai bevuta. E che, sospettiamo, continueranno a non farlo.
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