Fermare la ratifica del Ceta
Marco Bersani
«L’obiettivo delCETA è quello di accelerare nel passaggio dallo stato di diritto allo stato di mercato, relegando diritti e democrazia a variabili dipendenti dagli interessi delle grandi multinazionali e delle lobby finanziare». il manifesto, 22 luglio 2017 (c.m.c)



Mercoledì 25 luglio, il Senato ha intenzione di ratificare Il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), trattato di libero commercio fra Unione Europea e Canada. Una scorciatoia estiva volta a silenziare la discussione e le proteste. Che tuttavia si sono alzate anche questa volta con forza, partendo dal basso per arrivare a coinvolgere centinaia di enti locali e diverse regioni (Lazio, Lombardia, Liguria, Veneto, Puglia, Calabria, Marche e Valle d’Aosta).

Il Ceta, come tutti i trattati di libero scambio, viene propagandato come decisivo per la nostra economia e portatore di tutti i benefici derivanti dalla liberalizzazione. In realtà, esattamente come tutti i trattati di libero scambio, l’obiettivo è quello di accelerare nel passaggio dallo stato di diritto allo stato di mercato, mercificando i beni comuni e relegando diritti e democrazia a variabili dipendenti dai profitti e dagli interessi delle grandi multinazionali e delle lobby finanziare.

Messo in stand-by il TTIP, grazie alle proteste dei movimenti sociali dilagate tra le due sponde dell’Oceano Atlantico e al conseguente esplodere delle contraddizioni interne tra gli interessi dei suoi sostenitori, l’attenzione è stata dirottata sul Ceta, che, fra l’altro, rappresenta un possibile “cavallo di Troia” per by-passare lo stallo del Ttip.

Una volta ratificato l’accordo, infatti, ad una qualsiasi multinazionale statunitense, basterebbe aprire una sede legale in Canada per poterne usufruire a tutti gli effetti, a partire dall’arbitrato internazionale d’affari che permette alle imprese di fare causa ai governi se le leggi da questi approvate comportino limiti ai profitti preventivati.

Come per ogni trattato, la litania dei suoi sostenitori è tanto ripetitiva quanto falsa. A partire da quel “ce lo chiede l’Europa”, smentito categoricamente dalla Corte di Giustizia Europea che, in una recente sentenza riguardante un analogo accordo tra Ue e Singapore, ha affermato come gli accordi di libero scambio, investendo materie di competenza degli Stati, possono essere approvato solo sotto la responsabilità degli stessi.

Naturalmente, vengono sbandierati dati inverosimili sui benefici per le nostre esportazioni, sottacendo come il nostro tessuto economico sia costituito da piccole, medie e micro imprese e che solo lo 0,3% del totale delle imprese italiane ne trarrebbe beneficio, mentre la liberalizzazione e l’apertura del mercato interno aprirebbe le porte all’agrobusiness d’oltre Oceano, minacciando la produzione di qualità dei nostri territori.

Si sprecano infine le rassicurazioni sugli ogm, sul principio di precauzione, sulla tutela dei servizi pubblici, quando basta leggere il testo del trattato per comprendere la fondatezza di tutte le preoccupazioni messe in campo nelle mobilitazioni di questi mesi.

D’altronde, se il Ceta (come tutti i trattati gemelli) fosse foriero di tutti i benefici raccontati, perché non aprire una discussione ampia, pubblica, reticolare e partecipativa dentro la società, invece di provare a ratificarlo di soppiatto in una riunione parlamentare pre-vacanziera?

Per questo la Campagna Stop Ttip/Stop Ceta invita tutte e tutti a proseguire la mobilitazione e a fare ancora una volta pressione su tutti i senatori (https://stop-ttip-italia.net/) perché questo ennesimo scempio di democrazia non venga perpetrato.

Forse se chi ogni giorno discute su come ricostruire una sinistra o un’alternativa per questo Paese parlasse di Ceta, Ttip e Tisa, invece che misurare col righello il perimetro politicista dentro il quale mandare segnali, l’inversione di rotta sulle politiche liberiste smetterebbe di sembrare un miraggio.
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