Boeri, chiudere le frontiere ai migranti costerebbe 38 miliardi
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No alla chiusura delle frontiere anche in nome dei conti pubblici. Corriere della sera /economia, 4 luglio 2017, con postilla


La chiusura delle frontiere ai cittadini extracomunitari fino al 2040 potrebbe costare alle casse dell’Inps 38 miliardi. È quanto emerge da una simulazione presentata oggi dal presidente Inps, Tito Boeri, secondo il quale con la chiusura delle frontiere agli immigrati fino al 2040 avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate agli immigrati «con un saldo netto negativo di 38 miliardi». Insomma, «una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo». Secondo Boeri «una classe dirigente all’altezza deve avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno di un numero crescente di immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale».
L’Inps ha eseguito una simulazione dell’evoluzione da qui al 2040 della spesa sociale e delle entrate contributive nel caso in cui i flussi di entrata di contribuenti extra-comunitari dovessero azzerarsi: «Nei prossimi 22 anni avremmo 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps». Gli immigrati che arrivano in Italia sono sempre più giovani e rappresentano 150mila contribuenti in più ogni anno; molti - spiega Boeri - lasciano il nostro Paese prima di maturare i requisiti per la pensione e ci regalano i loro contributi: «Nostre stime prudenziali sono ad oggi di circa un punto di Pil». «Abbiamo perciò bisogno di più immigrati - è la conclusione di Boeri - Impedire loro di avere un permesso di soggiorno quando sono in Italia è la strada sbagliata perché li costringe al lavoro nero e li spinge nelle mani della criminalità».

Più giovani, più contributi. Ma il saldo...

«Gli immigrati che arrivano da noi siano sempre più giovani: la quota degli under 25 che cominciano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno». In questo modo ha spiegato il presidente: «Compensano il calo delle nascite nel nostro Paese, la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, che è attrezzato per reggere ad un aumento della longevità, ma che sarebbe messo in seria difficoltà da ulteriori riduzioni delle coorti in ingresso nei registri dei contribuenti rispetto agli scenari demografici di lungo periodo».

Nel 2016, secondo dati di preconsuntivo, il saldo finanziario dell’Inps è stato negativo per 180 milioni di euro, contro i +1.434 milioni del 2015. Il patrimonio netto è passato da 5.870 milioni a 254 e l’avanzo di amministrazione da 36.792 a 36.612 milioni. Nel presentare il Rapporto annuale, il presidente ha fatto notare che i «disavanzi contabili dell’Inps offrono una rappresentazione fuorviante delle sostenibilità del nostro sistema previdenziale né offrono informazioni aggiuntive sullo stato dei conti pubblici nel loro complesso, perché le stime del disavanzo e del debito pubblico dell’Italia non cambierebbero ripianando i debiti dell’Inps nei confronti dello Stato. Per azzerare questo debito dell’Inps e riportare il suo stato patrimoniale ampiamente in territorio positivo, basterebbe infatti trasformare le anticipazioni in trasferimenti a titolo definitivo, come già avvenuto nel 1998, nel 2011 e nel 2013. Il tutto senza alcun aggravio per il disavanzo e il debito pubblico».

Salario minimo

Il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita per la pensione di vecchiaia «non è una misura a favore dei giovani», dice ancora Boeri presentando la Relazione al Rapporto annuale dell’Istituto a proposito della discussione sul possibile stop nel 2019 all’adeguamento dell’età di uscita, spiegando che i costi si «scaricherebbero sui nostri figli e sui figli dei nostri figli». Sarebbe meglio - spiega - fiscalizzare una parte dei contributi all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto stabile.
Secondo il presidente è anche arrivato il momento per l’introduzione del salario minimo nel nostro ordinamento. «Avremmo il duplice vantaggio - dice - di favorire il decentramento della contrattazione e di offrire uno zoccolo retributivo minimo per quel crescente nucleo di lavoratori che sfugge alle maglie della contrattazione». Boeri afferma che «le premesse ci sono» ricordando che il nuovo contratto di prestazione occasionale fissa una retribuzione minima oraria. «Di qui il passo è breve - conclude - per introdurre il salario minimo».

Effetto articolo 18

Sul Jobs Act Boeri pensa che: «Quello che il contratto a tutele crescenti sembra avere fatto è rimuovere il tappo alla crescita delle imprese sopra la soglia dei 15 dipendenti (ex art 18 dello Statuto dei lavoratori, ndr). I nostri studi, nell’ambito del programma VisitInps Scholars dimostrano — ha spiegato il presidente — che c’è stata un’impennata nel numero di imprese private che superano la soglia dei 15 addetti: dalle 8mila al mese di fine 2014, siamo passati alle 12mila dopo l’introduzione del contratto a tutele crescenti». Boeri ha inoltre precisato che «gli incentivi fiscali non sembrano avere avuto alcun ruolo in questo contesto, come era legittimo attendersi dato che la decontribuzione era la stessa sopra e sotto la soglia».

Male il congedo di paternità. E il reddito delle donne...
«Il congedo di paternità obbligatorio non è stato in gran parte applicato. Due terzi dei neopadri non hanno preso neanche il giorno obbligatorio nel 2015, l’anno in cui questa misura è stata maggiormente adottata. Se l’obiettivo di questa legge era quello di stimolare una maggiore condivisione degli oneri per la cura dei figli e di cambiare le percezioni di datori di lavoro restii ad assumere le donne in età fertile, il risultato è stato molto deludente», ha spiegato Boeri. «Impensabile cambiare attitudini - continua - se non si introducono sanzioni per le imprese che violano la legge e se non si va al di là di uno o due giorni di congedo di paternità obbligatorio. Il cambiamento culturale e nelle norme sociali che il congedo di paternità vuole favorire non può essere incoraggiato con un congedo simbolico».

Sul fronte maternità, invece, «Il reddito potenziale delle donne lavoratrici subisce un calo molto accentuato (-35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio), soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione. Non sorprende perciò constatare come la crisi abbia fortemente ridotto le nascite (-20% nel Nord del paese)». I costi della genitorialità potrebbero essere fortemente contenuti non solo rafforzando i servizi per l’infanzia, «ma anche e soprattutto promuovendo una maggiore condivisione della genitorialità», conclude Boeri.

postilla
Forse il saldo negativo delle entrate che si avrebbe con la chiusura delle frontiere aiuterà a far cambiare idea ai governanti. Ben vengano tutti i punti di vista che contribuiscono a comprendere la stoltezza di questa manovra. Ma non bisogna dimenticare che la ragione prima e fondamentale per combattere le attuali politiche di contenimento e respingimento dei migranti deve rimanere la difesa di tutti gli esseri umani, al di là e al di qua delle frontiere, nonché la salvaguardia dei principi elementari della nostra civiltà.
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