Vecchi e abbandonati negli acquedotti colabrodo si perdono quattro litri su 10
Cristina Nadotti
«L’Italia non sa trovare i soldi per ristrutturare la sua rete idrica, servirebbero 5 miliardi di investimenti per fare la manutenzione ordinaria e per renderla più moderna». Ma sa benissimo dove trovarne 31 per salvare le banche. la Repubblica, 24 giugno 2017 (m.p.r.)


Sempre meno acqua e sempre più sprechi. I ricercatori del Cnr-Isafom (Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo) prevedono che il caldo di quest’anno non sarà un caso sporadico e potrebbe durare, come accaduto ciclicamente 1000 e 2000 anni fa, per circa 150 anni. «Occorre quindi intervenire al più presto per contrastare gli effetti negativi sulla disponibilità delle risorse idriche», dice la ricercatrice Silvana Pagliuca. In pratica, bisogna migliorare i sistemi di raccolta e distribuzione, e invece in Italia l’acqua si spreca a più non posso.

Secondo i dati di Utilitalia, federazione di 500 imprese dell’acqua, dell’energia e dell’ambiente, la percentuale media di perdita nelle nostre condutture idriche è del 39 per cento, con i picchi del Centro e del Sud (46 e 45 per cento). Principali responsabili di questi sprechi sono i 425 mila chilometri della rete dei nostri acquedotti, strutture vecchie, che per il 60 per cento sono state posate oltre 30 anni fa e per il 25 per cento hanno addirittura oltre mezzo secolo. Vecchie e senza manutenzione, per di più, perché il tasso nazionale di rinnovo è pari a 3,8 metri di condotte per ogni chilometro di rete. Per sostituire, come sarebbe necessario, l’intera rete occorrerebbero oltre 250 anni.

L’Italia non sa trovare i soldi per ristrutturare la sua rete idrica, servirebbero 5 miliardi di investimenti per fare la manutenzione ordinaria e per renderla più moderna. Ma a fronte di una media europea di 80 euro di spesa per abitante, nel nostro Paese si destinano soltanto dai 32 ai 34 euro all’anno per garantire che i rubinetti non restino a secco. E comunque, non è soltanto questione di soldi. «Per gestire le acque manca un sistema integrato tra le varie regioni - sottolinea Pagliuca dell’Isafom - è un problema politico, di governance intelligente». 
E c’entrano pure la mentalità e le responsabilità individuali, perché ciascuno di noi continua a pensare all’acqua come a una risorsa illimitata e invece, ammonisce il presidente di Utilitalia, Giovanni Valotti, «occorre pensare l’acqua in modo integrato. Il suo viaggio continua anche dopo l’uscita dai nostri rubinetti e non è un caso che le maggiori novità scientifiche e tecniche riguardino proprio i processi di depurazione e gli usi dell’acqua depurata. Con quello che nelle generazioni precedenti veniva buttato nei fiumi, oggi si producono prodotti per l’agricoltura, plastiche e anche combustibile per le auto». Molto potrebbe essere fatto negli usi quotidiani, suggerisce Utilitalia, usando miscelatori acqua/aria per risparmiare dai 6 agli 8 mila litri anno, riparando subito le perdite da water e rubinetti, usando gli elettrodomestici a pieno carico, o facendo attenzione a non buttare via l’acqua dopo l’uso, se si può ancora utilizzare».

Ma il problema, è il caso di dirlo, va risolto a monte: «Nel nostro Paese ci sono delle zone di primaria importanza per le risorse idriche - spiega Silvana Pagliuca - bisogna istituire dei “santuari” dell’acqua, da proteggere e nei quali sia interdetto qualsiasi tipo di attività che possa metterli in pericolo. E poi è inutile creare grandi invasi a valle per raccogliere le acque, con il problema di dover poi impiegare enormi risorse per riportare l’acqua in punti più elevati. Meglio disseminare i rilievi di piccoli laghetti artificiali, capaci di immagazzinare sia le piogge, sia le acque che scorrono. I piani idrici di alcune regioni conclude la ricercatrice li avevano già previsti, ma poi sono rimasti sulla carta».
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