Portogallo, c’è sinistra ad ovest di Bruxelles
Elena Marisol Brandolini
«Il Paese devastato dagli incendi e reduce da una pesantissima crisi economica è da un anno e mezzo un laboratorio di ricette opposte al neoliberismo». il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2017 (p.d.)
Ci sono voluti cinque giorni per spegnere il fuoco in Portogallo, l’incendio più vasto e letale sopportato mai dal paese lusitano. Le fiamme, originate a Pedrógão Grande, si sono propagate su oltre 40.000 ettari di bosco, ghermendo lungo il percorso la vita di 64 persone e ferendone altre 254, per poi riproporsi a Góis su una superficie di ulteriori 20.000 ettari. Incerta ancora la dinamica dell’accaduto, inizialmente attribuita a una tempesta elettrica, su cui si è poi inserita l’insinuazione di una possibile ragione dolosa. Sarà probabilmente una commissione tecnica indipendente a far luce sull’origine del fuoco e su cosa non abbia funzionato nella gestione dell’emergenza per determinare una simile catastrofe umana e la distruzione di una così estesa area boschiva. E le critiche sull’operato, com’era prevedibile, non hanno risparmiato il governo del socialista Costa.
Il primo ministro portoghese è d’altra parte molto apprezzato fuori e dentro i confini nazionali, tanto che i sondaggi gli attribuiscono un gradimento prossimo alla maggioranza assoluta. António Luís Santos da Costa (1961), politico di lungo corso, segretario del Partito Socialista, più volte ministro in precedenti governi, già eurodeputato e sindaco di Lisbona, da poco più di un anno e mezzo conduce un’esperienza di governo inedita sul piano dei contenuti e delle alleanze. Che viene guardata con interesse dagli altri partner europei, per essere riuscita – unica in Europa – a reimpostare un circolo virtuoso economico, applicando ricette opposte al neoliberismo, salvaguardando perciò coesione e giustizia sociale. Un successo che si avvale del sostegno di tutte le forze della sinistra sulla cui alleanza la destra infierì in termini dispregiativi, tacciandola di gerigonça, cosa mal fatta, e che oggi è invece motivo d’invidia e riferimento per le sinistre italiana e spagnola, mentre riceve il plauso di Bruxelles. Tutto era cominciato con le elezioni generali del 4 ottobre 2015.
La crisi economica in Portogallo, come negli altri paesi del Sud Europa, era stata brutale, con tagli nei salari e nelle prestazioni per disoccupazione, il congelamento delle retribuzioni pubbliche tra il 2012 e il 2014, il blocco dei pensionamenti anticipati, l’aumento dei contributi sociali, la disoccupazione arrivata al 15% nel 2012, il deficit al 6,8% nello stesso anno e continue cadute del Pil fino alla recessione.
Nel 2011, Lisbona aveva chiesto all’Unione Europea l’accesso alla procedura di riscatto, un prestito di 78 miliardi di euro da rimborsarsi in tre anni. Nelle elezioni del 2015 avvenne un po’ quello che era avvenuto in altri paesi europei con la crisi: la perdita della maggioranza assoluta per i partiti storicamente di governo. In questo caso, il conservatore Pedro Passos Coelho era tornato a vincere le elezioni con il 39% dei suffragi, distanziando di 6 punti il socialista Costa.
Coelho era stato costretto però a formare un governo di minoranza, quello che sarebbe diventato il governo più breve della storia della democrazia portoghese, durato in carica per una decina di giorni appena. Infatti, Costa era riuscito a promuovere una mozione di sfiducia assieme a comunisti, verdi, e Bloco de Esquerda, approvata con 123 voti contro 107 contrari. E il 24 novembre 2015, il presidente portoghese Cavaco da Silva aveva nominato António Costa primo ministro, confidando nell’alleanza tessuta da questi in parlamento. Nasceva così il nuovo governo socialista guidato da Costa, sostenuto da una maggioranza parlamentare di sinistra ritrovatasi attorno ad un programma dai contenuti di matrice schiettamente antiliberista.
Il governo Costa ha dimostrato in questi mesi che è possibile cambiare la politica economica, mettere fine all’austerità facendo leva sulla domanda interna, aumentare l’occupazione senza perciò rinunciare a un deficit basso. Ossia, senza mancare il rispetto degli obiettivi comunitari, perché, come dice il primo ministro, avere regole comuni tra 28 paesi è necessario. E i dati di bilancio del 2016 ne sono una prova. Il Pil portoghese è cresciuto lo scorso anno dell’1,4% e le previsioni per l’anno in corso sono di un incremento dell’1,8%. L’obiettivo di deficit pubblico nel 2016 è stato del 2% e si prevede che nel 2017 scenda all’1,5%, per arrivare, nel 2021, all’1,3%.
Elevato invece è ancora il debito pubblico, superiore lo scorso anno al 130%, mentre persistono gravi i problemi del settore finanziario. Le politiche del governo portoghese hanno cercato di ridare fiato alla domanda interna, correggendo alcuni dei punti più vistosi delle precedenti ricette neo-liberiste, che avevano fatto precipitare il 20% della popolazione nel rischio di povertà. Perciò l’aumento del salario minimo, le misure contro la povertà energetica, la riduzione parziale dell’IVA, la fine dei tagli salariali ai funzionari pubblici, la riduzione della giornata lavorativa, il freno alle privatizzazioni. E per la prima volta in otto anni, la disoccupazione si colloca ora sotto il 10%.
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