Il culto della performance batte il ritmo del capitale umano
Roberto Ciccarelli
«"La società della prestazione" di Federico Chicchi e Anna Simone (Ediesse): reddito, arte e desiderio, tre modi per resistere e emanciparsi dall'Io-crazia dominante». il manifesto, 29 giugno 2017 (p.d.)
Jordan Belfort, protagonista del Lupo di Wall Street di Martin Scorsese, ha l’obiettivo arricchirsi attraverso la truffa e il raggiro. È un accumulatore di denaro e un eccesso vivente; consuma droghe così come fa strage di piccoli risparmiatori creduloni. All’opposto Daniel Blake, protagonista dell’omonimo film di Ken Loach, è un operaio sessantenne non digitalizzato. Ha perso il lavoro ed è costretto ad adattarsi, inutilmente, alla logica totalitaria della valutazione imposta dalle agenzie delle “politiche attive”. Belfort è il capitalista selvaggio in una società passata dal lavoro salariato al lavoro della prestazione. Blake è l’uomo vulnerabile che resiste in una società dove il welfare state non corrisponde più al compromesso tra capitale e lavoro. Il primo incarna la pulsione di morte del capitale finanziario fino all’auto-distruzione. Il secondo difende la condizione di “cittadino” e muore di infarto prima di un’udienza che avrebbe riconosciuto i suoi diritti.
Belfort e Blake sono le polarità opposte della cupa società della prestazione in cui viviamo. La formula, efficace, è il titolo di un libro, scritto a quattro mani, da Federico Chicchi e Anna Simone (Ediesse, collana Fondamenti, pp. 205, 12 euro) dove si racconta la fine del soggetto produttivo – e il lutto che questo comporta a sinistra e a destra – e la nascita di un soggetto prestazionale che sviluppa il “capitale umano” sul mercato. Nella società della prestazione la vita è assoggettata all’imperativo della concorrenza. La sua regola è: diventare imprenditori di se stessi. Questo “soggetto-impresa” è l’incarnazione di un nuovo modello di umanità basata sulla responsabilità diretta dell’iniziativa privata. La sua vita consiste nell’accumulazione di un “capitale” umano, sociale e relazionale nella disperata ricerca di reputazione, di credito e di reddito. Chi resta estraneo al culto della performance è escluso sino a morirne, come Daniel Blake. Chi, come Jordan Belfort, è al centro di questo sistema, mette in scena il delirio di onnipotenza di un Io tirannico che incarna l’idea di impresa.
Il modello neoliberale della società della prestazione è strutturato a tutti i livelli. Le politiche pubbliche sono gestite attraverso la contrattualizzazione, la managerializzazione e la concorrenza. È la Governance without government, un modo di governare senza rappresentanza che riduce la politica a tecnica e lo stato di diritto costituzionale a un mercato. La vita è gestita con i manuali del management aziendale e aumenta il potenziale prestazionale dei gruppi, delle reti e dei singoli cittadini. Questo è il pane quotidiano di chi frequenta, o lavora, nelle scuole e nelle università dove le istituzioni formano soggettività flessibili conformi a un “quasi-mercato” regolato attraverso sistemi della valutazione e meccanismi premiali. Ed è la normalità per chi si affaccia nel privato dove il management del sé persegue lo stesso obiettivo: auto-motivazione, flessibilità, responsabilità e creazione di un “portafoglio delle competenze”.
In questa cornice l’essere umano è spogliato dalla sua identità sociale ed è trasformato in un imprenditore che accumula un capitale costituito dalla somma delle sue “soft skills”. Le relazioni sono trasformate in transazioni commerciali dove il capitale è trasferito da un vissuto meno redditizio a uno più redditizio anche in termini simbolici e affettivi.
Sono i caposaldi di un’antropologia neoliberale fondata sul “paradosso dell’autonomia”. Prima autonomia significava meno costrizioni e più libertà politica, oggi significa l’opposto: auto-sfruttamento nel nome dell’auto-affermazione di sé sul mercato. Nella società dell’Io – l’“Io-crazia” – l’azione coincide con la sanzione, l’evocazione di una potenza con l’interiorizzazione dell’impotenza. Si spiega così la diffusione della depressione, il lato oscuro dell’iperattivismo della società della prestazione. Il doppio vincolo tra performance e depressione blocca ogni possibile individuazione alternativa. Questo è il problema dell’“etopolitica” contemporanea dove il concetto di “riforma” coincide con “repressione”, l’evocazione di una libertà con il rafforzamento dell’isolamento.
Il libro di Chicchi e Simone formula una teoria della liberazione basata sul reddito di base, una misura che permette ai soggetti vulnerabili di allontanare il ricatto del lavoro povero e precario; sul desiderio come rigenerazione e cura del sé e degli altri; sull’arte che libera il soggetto dalla miseria prestazionale e lo spinge verso “l’invenzione sociale” di un soggetto capace di sfidare l’imprevisto divenendo esso stesso imprevisto.
Resta il problema di come si affermi un “desiderio dissidente” che non sia, di nuovo e ancora, catturato dall’inesausta affermazione del sé imprenditoriale. “Non conta la meta o l’oggetto del desiderio – ha scritto lo psicoanalista Elvio Fachinelli – ma lo stato del desiderio”. Questo stato va tenuto aperto per differenziare il già saputo (sentire) dall’ancora da sapere (da vivere), altrimenti il desiderio muore insieme al possibile. È la premessa per un nuovo agire politico dell’autonomia a cui sono state sottratte persino le parole. La società della prestazione si combatte con una “via etica dell’umano”, sostengono gli autori. Una scommessa contro l’epoca del disincanto, dell’egolatria e del risentimento.
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