2005-2017: la guerra jihadista dei 12 anni al nemico britannico
Leonardo Coen
«In origine fu Al Qaeda, poi vennero i video del Califfato: “Kill them wherever you can”, uccidili ovunque tu possa». Perchè Londra è l'obiettivo preferito dei terroristi. Perchè e come la strategia della "cupola" del terrorismo voglia favorire la reazione violenta della nazioni colpite. il Fatto Quotidiano online, 5 giugno 2017

Al-Hayat, testata web che è portavoce del Califfato, 24 gennaio 2016. In un nuovo video di rivendicazione degli attentati del maledetto venerdì 13 novembre 2015 a Parigi, due dettagli allarmano l’intelligence inglese. Il primo è il nome in codice dell’operazione: “Kill them wherever you can”. Uccidili ovunque tu possa. Il secondo è nel finale del video: in cui, successivamente, appaiono le immagini di David Cameron, allora premier inglese, la Camera dei Lord e alcune zone turistiche britanniche. Gli analisti non hanno dubbi: “Si tratta di una conclamata minaccia agli interessi britannici”. Del resto, il Regno Unito era tra i bersagli prioritari previsti da Abdelhamid Abaaoud, il capo dei terroristi che avevano attaccato Parigi e che verrà ucciso in un raid della polizia francese pochi giorni dopo, a Saint-Denis.

Dieci anni prima, il 7 luglio del 2005, era stata al-Qaeda a colpire Londra con attentati alla rete dei trasporti (metro, bus) causando la morte di 56 persone. Il terrorismo islamico presentava il macabro conto dell’alleanza Bush-Blair, del fatto che la Gran Bretagna era il più fedele alleato degli Stati Uniti nella coalizione internazionale che aveva anche come obiettivo non secondario la distruzione della rete di Osama bin Laden. Londra aveva pesantemente contribuito all’eliminazione di numerosi centri di addestramento dei quadri di al-Qaeda, nonché allo smantellamento di molti gruppi estremisti islamici che ad essa facevano riferimento. Tuttavia, grazie alla struttura proteiforme di al-Qaeda e alla forte esposizione mediatica degli attentati in Europa, in Medio Oriente e in India, l’organizzazione si trasforma poco per volta in una sorta di vasta confederazione che aggrega militanti in nome “dello jihad dal basso”, e che attua operazioni condotte da individui isolati o da piccoli gruppi, spesso autoradicalizzati, che vivono nella clandestinità e che non hanno legami diretti con il centro dell’organizzazione. È da questa eredità logistica che parte l’Isis, nei cui ranghi s’inseriscono tra il 2013 e il 2014 numerosi jihadisti anglofoni, come il boia “Jihad John”, al secolo Mohamed Emzawi, ucciso alla fine del 2015.

Negli ultimi tre mesi le minacce si sono concretizzate con tre attacchi (a marzo, la folle corsa del suv sul ponte di Westminster, poi la recente strage alla Manchester Arena, infine Londra), in altre cinque occasioni i servizi segreti sono riusciti a sventare altrettanti complotti terroristici. Non è un caso: l’8 giugno ci saranno le elezioni anticipate volute dalla premier Theresa May. Gli attacchi di Londra arrivano quando mancano cinque giorni al voto, coi sondaggi che danno i laburisti in grande rimonta rispetto ai conservatori e il rischio di una svolta imprevista rispetto ai calcoli della May.

Non è la prima volta che il terrorismo cerca di radicalizzare la situazione politica. Di recente, ci ha provato in Francia, alla vigilia delle primarie presidenziali, con la sparatoria agli Champs Elysées. Lo scopo è forzare le decisioni di chi governa in senso autoritario. Il terrorismo – quale che sia la sua matrice e i suoi mandanti – punta a destabilizzare. Gli attentati spesso diventano pretesti per adottare leggi più restrittive in nome dell’emergenza. Infatti, la May ha avvisato ieri l’opinione pubblica: “Non “possiamo e non dobbiamo far finta che le cose possano continuare come sono, no, le cose devono cambiare”. Convinta che dietro tutto ci sia l’estremismo islamista, ha proposto un piano articolato in quattro punti. Solo che non c’è nulla di nuovo, è aria fritta in funzione elettorale: “Li affronteremo sul terreno delle idee e di Internet”. Putin queste cose le sostiene dai tempi di Beslan…Vuole rilanciare la cooperazione antiterroristica tra l’Unione Europea e Londra, dimenticando che la condivisione delle informazioni non passa da Bruxelles e che per il momento solo Francia e Germania lo fanno, ma fra di loro. Pure la lotta al net-terrorismo (col blocco amministrativo dei siti che ospitano materiale apologetico) risale, in Gran Bretagna, al 2005-2007, e si è visto come funziona…

La May, infine, scopre che il terrorismo si è evoluto e che c’è una nuova “tendenza dell’estremismo: i terroristi si ispirano non solo sulla base di un complotto pianificato, ma si copiano gli uni con gli altri”. Dicasi emulazione. Insomma, per riassumere, la premier vuole sconfiggere l’ideologia islamista per far capire che i valori occidentali sono superiori, mettere fine allo spazio sicuro offerto i terroristi della rete on-line, continuare l’azione militare contro l’Isis in Iraq e in Siria, garantire pene detentive più lunghe e collaborare con gli alleati per regolare il cyber-spazio “in modo da evitare il diffondersi dell’estremismo e la pianificazione degli attentati”. Un replay dell’intervento al G7 di Taormina.
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