Urbanistica in Emilia Romagna: che tristezza
Piergiorgio Rocchi
«La posta in gioco, a partire dall’esperienza emiliano romagnola è assestare un colpo durissimo alla concezione stessa del pianificare a livello nazionale». ilmanifestobologna.it, 17 maggio 2017 (p.d.)


Se fosse lecito associare sentimenti ed emozioni alla lettura di un arido e lungo articolato di una proposta di legge, nel caso della “tutela e uso del territorio” della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna, parlerei senza mezzi termini di tristezza. Tristezza perché nella regione in cui l’Urbanistica è praticamente nata – ed è nata nei Comuni non nelle Università -, nella regione che ha ‘inventato’ gli Standards (cioè le dotazioni pro-capite di servizi per i cittadini, verde, parcheggi, etc), ben prima del decreto nazionale n.1444/68, nella regione dove il Territorio è sempre stato al centro delle attenzioni pianificatorie e il ‘Pubblico’ l’interesse primario da perseguire nei processi di trasformazione, bene in questa stessa regione un progetto di legge ne decreta la morte.
Anni e anni di esperienze, di battaglie esaltanti, di tutela dei diritti dei cittadini contro lo strapotere dei signori del mattone, persi in un attimo, una rottura definitiva e insanabile con un corpus disciplinare e progettuale che ha risparmiato per anni al nostro territorio regionale, i guasti e gli orrori che la rendita ha prodotto nel resto d’Italia. Si, forse ad un bilancio più attento si potrebbero trovare incrinature, errori, ma nessuno ha fatto un vero rendiconto dell’esperienza urbanistica alla luce dell’ultima legge sfornata 17 anni fa, la legge 20/2000. Che rimane un’ottima legge, innovativa che legava in modo operativo la sostenibilità ambientale alle ragioni di una pianificazione urbanistica nella quale a dettare le regole erano gli enti locali nell’interesse pubblico.
Con un ossessione tutta renziana di togliere ‘lacci e lacciuoli’ a imprenditori che hanno devastato il territorio, lasciando come eredità decine di migliaia di alloggi vuoti e invenduti, decine di migliaia di metri quadri di capannoni industriali vuoti e inutilizzati, si sforna una legge che alla maniera delle finanziarie nazionali mette dentro tutto, dalla tutela del paesaggio allo stop al consumo di suolo.
Ecco, dietro quest’ultimo specchietto per le allodole si cela una grande truffa. In una regione che obiettivamente negli ultimi anni aveva perso un po’ il controllo sul consumo di suolo e che stava cercando con più o meno adeguati strumenti legislativi specifici di mettere un freno al fenomeno, con un colpo di bacchetta ci si inventa una percentuale di suolo comunque utilizzabile (il 3%), una montagna di deroghe per superarlo e una data da calende greche per arrivare al mitico consumo zero, nel 2050.
Tutto qui? E no. Collegato al carro del consumo di suolo c’è il nuovo mantra della rendita urbana: la rigenerazione (con desigillazione). In nome di questa parola e scopiazzando qua e la, si crea un sistema che rende possibile di tutto: dal superamento di vincoli legislativi (deroghe su distanze e altezze, deroghe sugli standards urbanistici), a premialità in termini di volumi in più, che ricordano certe situazioni meridionali, con premi anche per incentivare quello che viene definito uno standard e cioè la realizzazione di Edilizia residenziale sociale (ERS), per la quale non si deve mai superare il 20%.
Si crea un sistema di favoritismo sfacciato nei confronti dei soliti noti e si lascia nel vecchio ingorgo normativo tutta la dimensione diffusa dei piccoli interventi, che continueranno ad essere ‘vessati’, non fosse altro che dalle vecchie distanze, dalle densità edilizie e dagli standard. I comuni vengono letteralmente esautorati dai processi decisionali sul futuro del proprio territorio; saranno i Privati, attraverso strumenti eversivi chiamati Accordi operativi a dettare le regole del gioco fino a decidere indici, ubicazione delle aree edificabili e quant’altro.
Da qualche parte ci sarà una caricatura di piano urbanistico, chiamato Pug (piano urbanistico generale), che la legge si affretta a dire che dovrà essere formulato in modo ‘ideogrammatico’, senza nessun potere conformativo. Un piano a fumetti, insomma che non conterà niente. Quello che conta sono gli interessi privati. In loro nome si potrà fare tutto e di più con una facilità che neanche il più bieco degli imprenditori immobiliari si sarebbe mai immaginato.
Tutto questo in nome di cosa? La posta in gioco, a partire dall’esperienza emiliano romagnola è assestare un colpo durissimo alla concezione stessa del pianificare a livello nazionale, probabilmente si riaprirà la discussione sulla proposta di legge di riforma (e certo!), urbanistica c.d. “Lupi”, della quale spunti sono stati tratti nell’elaborazione del mostro neoliberista regionale chiamato, senza senso dello humor, “Tutela e uso del territorio”.
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