Pedalare nel futuro
Marc Augé
«Il povero automobilista, inquinatore e ingombrante sarà ben presto visto come un dinosauro della modernità trionfante. La conquista della città da parte dei ciclisti sarà il tratto dominante di questo secolo». la Repubblica Robinson, 14 maggio 2017 (c.m.c)

Ammiro la determinazione dei giovani che ogni mattina, sotto casa mia, armeggiano intorno al parcheggio dei vélib’ (il bike sharing parigino), prima di lanciarsi nella ressa di automobili che continuano a stiparsi lungo le grandi arterie della capitale francese. Ci vuole costanza e coraggio per navigare in mezzo alle macchine, e per non tremare, nelle corsie riservate a loro ma anche ad autobus e taxi, quando vengono superati dai mastodonti della Ratp, guidati per fortuna da esperti molto qualificati. Forse sperano che gli irriducibili del volante alla lunga finiranno per scoraggiarsi e la smetteranno di prendere l’auto anche per fare spostamenti minimi in città, perfino quando i trasporti pubblici consentirebbero loro di giungere più facilmente a destinazione.

Quando quel giorno verrà, si troveranno in una situazione più invidiabile: quella, per esempio, dei ciclisti berlinesi. A Berlino le automobili sono meno numerose e la città è più grande; i ciclisti la fanno da padroni e a volte lo fanno sentire ai malaugurati pedoni. Regnano sulla carreggiata, ma anche sui marciapiedi, e bisogna sempre stare in guardia quando, umili pedoni, si va in giro a fare compere o una passeggiata all’aria aperta. Anche in questo campo, la presa del potere comporta spesso eccessi e abusi.

Comunque sia, a mio avviso, la conquista della città da parte delle biciclette sarà il tratto dominante del secolo in corso, insieme allo sviluppo dei trasporti pubblici. Il povero automobilista sarà ben presto visto come un dinosauro della modernità trionfante. Inquinatore e ingombrante, egoista e malmenato dalle vessazioni poliziesche, si rassegnerà progressivamente a fare del suo veicolo uno strumento riservato alle vacanze.

Appena comincerà a dare qualche segnale di debolezza, la bicicletta farà un balzo in avanti. Verranno rimarcati i suoi benefici: niente più inquinamento, scomparsa del frastuono dei motori e degli ingorghi che riducono, di fatto, la libertà di circolazione. Verranno sottolineati i suoi progressi tecnici, e in particolare il suo piccolo motore elettrico, invisibile e silenzioso, che le malelingue insinuano abbia aiutato certi ciclisti professionisti a valicare con maggior facilità i colli più impervi. Restituirà ai più anziani le gambe dei vent’anni e verranno aggiunte al mezzo, all’occorrenza, una o due ruote supplementari per garantire equilibrio in ogni istante.

Sono in corso ricerche, a quanto si dice, per fabbricare macchine volanti. Non osiamo immaginare cosa sarebbero gli ingorghi nel cielo urbano, e il ruolo dei vigili dell’aria per regolare la circolazione sopra le nostre teste. È concepibile, in compenso, che la circolazione aerea in città sia riservata a certe funzioni necessarie, di approvvigionamento delle cose essenziali, e che le carreggiate urbane, lo spazio cittadino, diventino il luogo esclusivo della circolazione in bicicletta: i grandi trasporti su in aria e in basso le biciclette!

Tutto concorre alla moda della bicicletta: l’attenzione per l’ecologia, il culto del corpo e la voglia di sembrare giovani. Aggiungerei anche: la centralità dell’individuo. La bicicletta è lo strumento sognato della libertà individuale: permette di reinventare i propri itinerari e di trovare scappatoie luminose nella routine del quotidiano.

Oggi tutto ci invita a riesaminare il concetto di individualismo. La pratica della bicicletta è, in questo senso, una risposta concreta a una domanda politica (la libertà individuale è possibile?) che ha un fondo filosofico (che cos’è la libertà? Che cos’è un individuo?). Inforcare la propria bici è rispondere a questi interrogativi, o riformularli efficacemente. Non dimostrare il movimento camminando, ma sperimentare la libertà pedalando. Libertà relativa allo spazio (vado dove mi pare, mi avventuro dove voglio). E libertà relativa al tempo (chi non rievoca, quando va in bici, la sua infanzia e adolescenza?).

Ma nonostante tutto questo, la pratica della bicicletta non condurrà a un individualismo egoista e sfrenato. Come la pratica dello sport in generale, permette di misurare le proprie forze e rispettare gli altri. Inoltre ha una sua storia e i suoi miti, le sue figure leggendarie (Fausto Coppi fu l’eroe della mia infanzia, ed è merito suo se sono scampato già in tenera età allo sciovinismo), e il successo popolare di competizioni come il Giro d’Italia e il Tour de France testimonia l’attaccamento di molti all’immagine che propongono di qualche minuto di verità umana.

Al di là degli aspetti, commerciali e di altro genere, che tendono a offuscare questa immagine, le persone che si accalcano sulle strade per incoraggiare i corridori rendono omaggio a uno sforzo di cui riconoscono il valore. Permettetemi una confidenza: problemi di equilibrio mi impediscono da qualche tempo di usare la bicicletta, soprattutto in una città come Parigi. Guardo con una punta di invidia i ciclisti che si intrufolano nel traffico: mi ricordano le mie corse folli e solitarie nella Bretagna degli anni Cinquanta. Ho la sensazione che abbiano rappresentato un apprendistato, che mi abbiano insegnato a guardare gli altri, a osservare i paesaggi e a sentirmi solo e al tempo stesso solidale.

Non voglio dire, naturalmente, che facessi queste riflessioni quando avevo quindici anni. Ma sono convinto che esprimono qualcosa del mio stato d’animo di allora. In ogni caso è la ragione per cui oggi parlo di quei giorni lontani senza nostalgia: se un giorno risalirò su una bicicletta, anche solo per un minuto, saprò, per intima convinzione, come i giovani che vedo partire la mattina sulle loro bici a noleggio, e come scoprivo un tempo sulle strade della Bretagna, che la vita è sempre davanti a noi, sempre a venire.
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