Il lavoro oggi, 1° maggio 2017
Edoardo Salzano
Molte volte su questo sito,  abbiamo ricordato  la festa del lavoro con lo sguardo volto al passato. Oggi non ce la sentiamo più.



Nel ricordare il 1° maggio nel 2017 ci sentiamo fortemente spiazzati, e non riusciamo a sentire questa data come una festa che ricorda momenti drammatici ma forieri di lotte, di riscatto e di progresso. Basta guardarci intorno per comprende quanto il mondo è cambiato, e in peggio, proprio sul tema fondativo dell'umanità che è il lavoro.

Per noi, che abbiamo letto e meditato su testi di autori lontani nel tempo (ma vicini alla verità) il lavoro è un valore, una dimensione essenziale dell'uomo, maschio o femmina che sia. È lo strumento che consente all'uomo, collaborante con i sui simili vicini o lontani nel tempo e nello spazio, di conoscere l'universo (quello della materialità come quello dello spirito e dei sentimenti) e a governarlo.

Nell'età lunga (troppo lunga) del capitalismo il sistema dominante ha condotto gli uomini a lavorare insieme, e a riconoscersi come una forza potenzialmente antagonista dello stesso sistema di cui facevano parte come sfruttati. I secoli che abbiamo alle nostre spalle sono interamente intessuti dalle vicende di quell’antagonismo, e dei successi e insuccessi delle parti in conflitto.

Oggi questa data ci fa riflettere sul che cosa abbiamo ottenuto e che cosa abbiamo perso. Dobbiamo però precisare quale attore vogliamo essere in questa riflessione: se vogliamo essere il cittadino dei paesi del benessere, e se in questo ambito vogliamo indossare l’abito e il punto di vista del ricco, oppure del benestante, o del povero. Una scelta simile dovremmo fare anche se volessimo collocarci al di fuori dei paesi del benessere: anche lì ci sono le differenze, le “classi”.

Cercheremo oggi di metterci nella collocazione di quelli che sono di più, della moltitudine, così le nostre considerazioni avranno un maggiore valore statistico. Come nell’Inferno dantesco, troveremo nostri simili in vari gironi: nell’infimo i profughi, quelli che oltre al lavoro hanno perso la casa, la terra, il cibo, la libertà; un po’ più su, gli schiavi: quelli che sono obbligati a svolgere lavori, ma privati di ogni scelta circa le sue condizioni, retribuzioni, tempi; e a rischio di perdere – se lo rifiutano – anche il luogo ove vivere. 

Ancora un pò più su i precari, quelli che non possono investire il loro tempo e la loro attività in un progetto di apprendimento e crescita, ma devono essere pronti in ogni momento della loro vita a mutare mansione, settore, località, padrone, compenso. Quelli, infine, cui la relativa stabilità nel posto, nel ruolo, nel salario non è messa a riparo dalla crisi e dall’interruzione definitiva e senza domani (salvo a ricadere nei cerchi più vicini al cuore dell’inferno).

Descritto l’inferno, ci manca di raccontare chi è il demonio. Non vi è dubbio che si tratti di quel neoliberismo che già nelle sue riflessioni iniziali poneva al primo piano la riduzione del peso sociale del lavoro. E ricordiamo allora, visto che la data corrisponde, che proprio oggi, 1° maggio 2017 circa 2 milioni di italiani festeggiano l’ulteriore vittoria di uno dei più titolati traduttori del pensiero neoliberista in FARE, Matteo Renzi.
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