Tutti i rischi di Eventopoli: la Milano da bere 2.0
Giancarlo Consonni
«Gli "eventi" sono come dei tappeti volanti su cui la città prende il volo. Ma per chi ha responsabilità di governo è pronta un'insidia». la Repubblica online, ed. Milano, 13 aprile 2017
Milano migliore città d'Italia nella classifica "Cities of Opportunitiy". Milano con un incremento annuale di turisti più del doppio di quello di Roma. Milano attrattiva per gli investimenti stranieri. Milano locomotiva in un Paese che arranca. Gli eventi - Salone del mobile, Tempo di libri, settimana della moda eccetera - sono un ottimo combustibile per la locomotiva, soprattutto per quella mediatica.

Il bombardamento non dà tregua e, nell'euforia, è pronto l'ologramma di una Milano da bere 2 (anzi, 2.0): un totem per nuove danze tribali di cerchie ristrette (gli addetti ai lavori e gli appassionati del genere). Intendiamoci: prendere di mira gli eventi è come sparare sulla Croce Rossa. Ogni evento è una boccata di ossigeno, comunque confortevole per un corpo in asfissia. Il problema è un altro. Nell'immaginario alimentato dai media gli "eventi" sono come dei tappeti volanti su cui la città prende il volo; da cui il sogno di alcuni: dare continuità così da passare da un tappeto all'altro in una sorta di galleggiamento sulla realtà.

Per chi ha responsabilità di governo è pronta un'insidia. La concatenazione degli eventi distrae l'attenzione dei cittadini e allenta la pressione delle aspettative sul "palazzo": si forma una cortina fumogena dietro cui il manovratore può sentirsi protetto e alla fine consegnato a un ruolo di super manager al servizio della macchina- eventi. È una trappola da cui i primi a prendere le distanze dovrebbero essere proprio gli amministratori pubblici. La concatenazione serrata di eventi è la soluzione per i problemi della metropoli milanese?

O non piuttosto un modo per nascondere sotto il tappeto (volante o meno) lo stato della cose? La realtà vede incursioni del capitale finanziario che non ha alcun interesse ad attrezzare la "locomotiva", ovvero a mettere la metropoli milanese nelle condizioni di reggere la sfida della competizione internazionale e, insieme, di affrontare la questione sociale. Questione che, più che mai, ha nella carenza di lavoro il punto centrale. Se pure non mancano segnali positivi, persiste infatti una condizione drammatica, segnata da una crisi che, per quanto riguarda le opportunità di lavoro, non passa. È in primo luogo di questo che dovrebbero preoccuparsi coloro che hanno la responsabilità della cosa pubblica. Si sa: è complicato e poco remunerativo sulla breve distanza, ma le difficoltà non possono disarmare la politica: gli amministratori non possono ridursi al ruolo di promotori del fare per il fare, lasciando al mercato ogni decisione e regolazione.

Ma c'è qualcosa di più: gli eventi hanno via via affermato uno stile che la politica ha finito per mutuare: un modo di affrontare le scelte che bada più alla ricaduta mediatica che alla sostanza. Si veda la vicenda del riuso degli scali ferroviari. La sequenza logica vorrebbe che la pubblica amministrazione indicasse gli obiettivi strategici per la città e agisse di conseguenza. Obiettivi che non possono escludere la triade coesione sociale, qualità urbana, rafforzamento delle potenzialità strutturali dell'economia. Invece Palazzo Marino si pone nella veste di chi vuole indistintamente attrarre investimenti, dove l'afflusso di capitali è giudicato positivamente in sé, a prescindere dalla ricaduta sulla città.

Accade così che, da decenni, a Milano le scelte di trasformazione urbana siano demandate ai cosiddetti operatori mentre il Comune si è ritagliato un ruolo di facilitatore che arriva fino a quello di banditore, con la spettacolarizzazione dei progetti di



trasformazione sfornati dalle archistar. Un modello di gestione che tratta i cittadini come pubblico incolto e impotente: da avvolgere con la melassa della partecipazione ma da isolare quando, come a Città Studi, mostra piena consapevolezza dei valori urbani e competenza su ciò che li minaccia. Insomma il pericolo non sono gli eventi concatenati, ma l'eventopoli: una dinamica che consegna allo spettacolo l'assalto e il disfacimento stesso della città.
 
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