Trump o del disordine mondiale
Guido Moltedo
«Trump è un prodotto della politica nel mondo di oggi. Di una politica permanentemente intrecciata con i media, nuovi e vecchi».  Ma soprattutto intrecciata con il dogma della supremazia colonizzatrice degli USA . il manifesto, 16 aprile 2017


Trump è nel suo buen retiro di Mar-a-Lago. Trascorrerà la Pasqua sollazzandosi sui suoi adorati campi da golf o l’irrequietezza di uomo umorale lo spingerà a sparare un altro dei suoi stupidi quanto micidiali tweet di sfida? La flotta americana è in massima allerta di fronte alla Corea del Nord, basta il suo i-phone, bastano le 140 battute del suo lessico, povero quanto provocatorio, per incendiare l’Asia, e non solo.

È a Mar-a-Lago, il presidente statunitense, e non a Camp David, la “Casa Bianca di vacanza” ufficiale, che lui disdegna, anche quando riceve ospiti come Shinzo Abe o Xi Jinpeng. Un piccolo dettaglio, che costa però milioni ai contribuenti americani, per la sicurezza sua e dei suoi cari. E che dice molto del personaggio. Del tutto allergico a obblighi e consuetudini dell’incarico. Così come può essere un dettaglio, ma non lo è, la decisione di non rendere noti i nomi dei suoi visitatori alla Casa Bianca. Sì, anche da questi “dettagli” si vede che Trump non è un presidente come quelli che l’hanno preceduto. Anche se c’è l’assillo del mondo politico e dei media – perfino i nostri politici e media – di “normalizzarlo” a tutti i costi, finalmente diventato il presidente americano che ci voleva, e lo mettono in contrasto con l’imprevedibile vulcanico sfidante di Hillary. No, il comandante in capo The Donald non fa che reclamare, anche nella sua nuova veste di bombarolo, il diritto a continuare a essere visto esattamente con le lenti con cui era osservato nella corsa presidenziale.

Certo, ha cambiato spartito, rispetto a quanto andava affermando durante la campagna elettorale. A dimostrarlo soprattutto i 59 tomahack lanciati su Khan Sheikhoun, e poi la “madre di tutte le bombe” sganciata in Afghanistan, e poi ancora i toni ultimativi nei confronti di Pyongyang, e poi ancora le parole sulla Nato, non più obsoleta.

Ma è un cambiamento che prefigura un mutamento di strategia? Che implica l’affermazione di una “dottrina”? Da isolazionista Trump è oggi interventista? «What is the strategy?», si chiede giustamente Elizabeth Warren dopo i missili lanciati contro la Siria.

Su un tipo come The Donald ogni etichetta va stretta. Non solo per la spudorata propensione alla bugia e al flip flopping, all’ondeggiamento senza principi, ma perché il personaggio merita un altro tipo di percezione, il più possibile scevra dalla tentazione di incasellarlo nelle categorie conosciute della politica novecentesca.

Trump è un prodotto della politica nel mondo di oggi. Di una politica permanentemente intrecciata con i media, nuovi e vecchi. In Trump non c’è l’ambizione a costruire un nuovo ordine mondiale, come pretendevano di fare i suoi predecessori dopo la caduta dell’assetto bipolare del mondo. America First è e continua a essere essenzialmente questo. Non tanto un isolazionismo d’altri tempi, ma la rinuncia ad affidare all’America un ruolo di ordinatore del mondo. «Noi non cerchiamo d’imporre a nessuno il nostro stile di vita», disse il giorno dell’insediamento a presidente. E all’indomani dell’attacco alla Siria ha ribadito: «Le nostre decisioni saranno guidate dai nostri valori e dai nostri obiettivi, rifiutando il percorso di un’ideologia inflessibile che troppo spesso conduce a conseguenze indesiderate».

Trump, con le sue azioni militari, non prova a disegnare un nuovo ordine americano, come in tanti, anche in casa nostra, gli implorano di fare. Trump è piuttosto l’uomo del disordine mondiale. Il disordine l’alimenta, non lo contrasta. E il suo fiuto politico consiste, come ha dimostrato ampiamente nella campagna elettorale, di saper muoversi nella confusione, con colpi sotto la cintura, in un continuo gioco d’anticipo e di spiazzamento degli avversari, adusi invece a partite in cui vigono regole condivise, non importa se spesso violate, ma del tutto a disagio invece nel misurarsi con un avversario capace di cambiare il campo di gioco stesso.

Ed è quello che sta facendo in questo momento Trump, portando la palla fuori del campo domestico, dove ha problemi non indifferenti, per poi tornarci il prima possibile. Attento com’è innanzitutto all’elettorato che l’ha portato alla Casa Bianca, la sua base, l’unico suo vero riferimento. Nell’immediato può anche allargare la platea, includendovi anche quegli americani che l’hanno avversato e che sicuramente non l’hanno votato, ma che, secondo i sondaggi, hanno approvato la sua azione in Siria. Ma sa anche benissimo che quell’ampliamento può evaporare facilmente, mentre è sicuro che – spingendosi troppo oltre come gendarme del mondo – s’allontanerebbero da lui i suoi elettori, quei contribuenti americani arrabbiati ai quali, come ha detto Rex Tillerson, «non importa niente dell’Ucraina».

La superconservatrice Ann Coulter scrive su Breitbart News, la rivista online diretta da Steve Bannon, che il presidente, colpendo la Siria, si è infilato in una «disavventura» che «viola ogni promessa della campagna elettorale le che potrebbe affondare la sua presidenza».

Nel fiuto di Trump vi è anche la pretesa di essere visceralmente in sintonia con il suo elettorato. Lo stesso che ha visto, per ore, per giorni, le immagini dei bambini colpiti dai gas in Siria. Se un giorno verrà fuori un’altra versione di quei fatti, è secondario oggi, di fronte a un clamore che ha spinto Trump a vestire i panni del giustiziere mondiale. Anche lui aveva visto quelle immagini, e s’era immedesimato nei suoi elettori. «La dottrina Trump – scrive Max Boot su Foreign Policy – sembra essere: gli Stati Uniti si riservano il diritto di usare la forza ogniqualvolta il presidente è scosso da qualcosa che vede in tv».

Altri presidenti americani hanno portato l’America in guerra in nome di una “dottrina”, in nome di una pretesa ordinatrice del mondo. Con Trump è il suo eccentrico combinato di “viscere” e di capacità di nuotare nel caos che fa ballare il mondo. Ma se finora ha potuto contare sullo spaesamento dei suoi interlocutori mondiali, costringendoli con la novità del suo stile nella difensiva, adesso ha a che fare con un tipo che non gli è da meno, in quanto a eccentricità e ad azzardo. È il leader di un paese che, diversamente dalla Siria, è dotato di testate atomiche.
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