Tre leader figli di un Dio minore che non riescono a far sognare
Emanuele Felice
Analisi e raffronti delle tre figure che si contendono la leadership del partito democratico. la Repubblica, 3 aprile 2017 (c.m.c.)



Non è tutto immobile sotto il cielo riformista. Anzi. Il Pd sarà pure indietro nei sondaggi, porta al voto metà degli iscritti. Ma bisogna riconoscere che il dibattito fra i candidati copre un ventaglio di visioni ideali, e opzioni strategiche, che di per sé rappresenta una bella novità per la sinistra italiana: Renzi liberal-democratico che guarda a Macron, Orlando social-democratico rivolto a Martin Schulz, Emiliano che sembra prendere a riferimento i movimenti del Sud Europa, da Podemos a Syriza. Peccato per gli scissionisti, verrebbe da dire, si sono persi il meglio.

E tuttavia, rispetto a quei modelli, i nostri leader sembrano figli di un dio minore. Tutti e tre azzoppati in qualche modo. Per la Francia Macron incarna il nuovo (anche se è stato ministro dell’Economia), un’opzione liberale che la sinistra d’Oltralpe non ha mai conosciuto. Renzi l’Italia l’ha governata per tre anni: ha dispiegato un’azione riformatrice ampia e ambiziosa, ma non priva di tratti demagogici, e non è riuscito a tirar fuori il Paese dal declino; per giunta le riforme su cui maggiormente puntava sono state bocciate dagli elettori.

Anche se ha stravinto nei circoli, rispetto a Macron incarna qualcosa di già visto e già sentito. E uno sguardo alla sua mozione conferma quest’impressione: non ci sono novità dirompenti, se non un tentativo di inseguire i Cinque Stelle sui temi dell’identità nazionale o sul reddito di cittadinanza. Persino nella narrazione personale si avverte un po’ di stanchezza (il frequente richiamo alle cicatrici). E in quanto alle linee di continuità con il passato, dalla politica fiscale alla riforma amministrativa fino agli interventi per la scuola, dovrebbe spiegare l’ex premier perché dovrebbe riuscirgli di correggere domani — in uno scenario che si può immaginare assai più complicato — quel che non è riuscito a fare bene ieri.

Rispetto ai grandi movimenti popolari di Grecia e Spagna, che pure hanno contribuito a rinnovare la sinistra e a frenare — per davvero — il populismo di destra, a Emiliano manca la spinta della base. La sua è la mossa di un politico navigato, presidente di Regione, che dall’alto fiuta uno spazio di consenso: ma non incontra i movimenti, che da tempo guardano altrove. E non li incontra anche perché difetta pure, ammettiamolo, di credibilità personale: non intende rinunciare al posto sicuro di magistrato, come dovrebbe (il Csm ha aperto un fascicolo); dà l’impressione di lanciarsi con la rete di salvataggio e forzando pure un po’ le regole. Non proprio un buon viatico, per chi si erge a difensore della moralità pubblica.

Ma neppure Orlando ha la forza di Martin Schulz. Non tanto per demeriti, quanto per ragioni oggettive. Schulz si candida a correggere la politica di austerità della Merkel: quando propone un grande piano di ammodernamento infrastrutturale della Germania, si può ragionevolmente pensare che, se vincerà, manterrà la promessa. Orlando presenta una piattaforma socialdemocratica molto simile, probabilmente utile all’Italia: portare l’alta velocità al Sud, ad esempio; o interventi contro la povertà più incisivi di quelli pensati da Renzi (e comunque meglio calibrati delle proposte pentastellate). E tuttavia, non sappiamo se vi saranno soldi in cassa. Forse no, se da qui a un anno Draghi deciderà di rialzare i tassi. O magari sì, se in Germania dovesse vincere Schulz. Ma nessuno dei due scenari dipende da noi. Nell’attuale incertezza, i programmi di spesa — di tutti e tre i candidati — sono scritti sull’acqua. Meglio concentrarsi su altri interventi, ugualmente importanti per dare un senso della direzione di marcia, ma a costo zero. Sui temi europei Renzi e Orlando paiono in realtà equivalenti, al di là di qualche accento, come pure sulla formazione della classe dirigente (e questo è un miglioramento per Renzi).

Spetta però a Orlando la proposta più interessante per contrastare il declino: una «Iri della conoscenza», cioè un’agenzia sul modello tedesco che, mettendo a sistema le esperienze a oggi disperse, favorisca il trasferimento di ricerca e innovazione al mondo delle imprese, e promuova lo sviluppo di una cultura tecnologica in Italia. Può essere una buona idea, per un Paese che ha disperato bisogno di specializzarsi in settori più innovativi, se vuole mantenere i livelli di prosperità raggiunti.

Contrasta con una diffusa retorica, di matrice grillina o leghista ma che qua e là affiora anche nella mozione di Renzi, a favore di settori tradizionali e a più basso reddito, o di una vaga quanto mitologica genialità italica. La proposta è stata accolta da unanime disinteresse: forse il deficit, culturale e di classe dirigente, del nostro Paese va ben oltre il dibattito interno al Pd.
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