L’architettura che progettava e edificava le città del buon lavoro
Mauro Trotta
«Una storia «in cui si intrecciano tanti fattori quali il problema dei poveri, la questione delle abitazioni, la religione, il paternalismo, l’assistenzialismo, il capitalismo, gli esiti della rivoluzione industriale, l’utopia, la lotta di classe, l’urbanistica, l’archeologia industriale». il manifesto, 6 aprile 2017
Renato De Fusco è professore emerito di Storia dell’architettura all’Università Federico II di Napoli. Un fattore particolare sembra legare i numerosi scritti da lui pubblicati nel corso degli anni: il fatto di presentare tanti motivi di interesse anche per chi non sia particolarmente addentro alle questioni architettoniche pure.

NON SI TRATTA, in questo caso, di voler fare divulgazione della disciplina, ma piuttosto di offrire uno sguardo ampio che, pur rimanendo all’interno del contesto storico-architettonico, faccia emergere questioni, temi, problematiche interessanti e coinvolgenti anche per chi architetto non è. Basti pensare, a tale proposito, al confronto instaurato nei suoi saggi a partire dagli anni Settanta del secolo scorso tra storiografia architettonica e strutturalismo o al tentativo di delineare una teoria semiotica dell’architettura. Uno sguardo, poi, sempre penetrante e in grado di offrire interpretazioni illuminanti di edifici, costruzioni, manufatti. Come nel caso dell’analisi della Rotonda palladiana o di Sant’Ivo alla Sapienza, solo per fare qualche esempio.

TALI CARATTERISTICHE si ritrovano limpidamente intatte nell’ultimo lavoro pubblicato da De Fusco insieme ad Alberto Termino, intitolato Company town in Europa dal XVI al XX secolo (Franco Angeli edizioni, pp. 144, euro 19) e dedicato, appunto, a quegli «insediamenti di natura industriale nati per conciliare le esigenze di unire casa e lavoro in un unico centro abitato funzionale agli interessi dell’imprenditore e di quelli dell’operario, a seconda delle idee che stanno alla base della iniziativa imprenditoriale».
Il libro, dopo aver delimitato il proprio oggetto dal punto di vista del tempo, dello spazio e della sua definizione, si presenta come un’analisi accurata degli antecedenti – come i Beghinaggi, la Fuggerei di Augsburg o l’insediamento manufatturiero e agricolo di San Leucio presso Caserta – e delle vere e proprie Company town sorte in Europa con la rivoluzione industriale.

Non mancano, naturalmente, le esperienze più note, come New Lanark di Owen o il Falansterio di Fourier o le colonie Krupp ad Essen, ma si ritrovano anche esperienze meno conosciute o addirittura ignote, almeno per chi non è esperto della materia, come il Familisterio di Godin o Saltaire vicino Leeds.

IL DISCORSO si snoda tra analisi architettoniche ed urbanistiche, esigenze di razionalizzazione, paternalismo e tentativi di controllo ispirati al Panopticon di Jeremy Bentham. Non mancano raffronti con il resto, la maggioranza, della classe operaria esclusa da tali esperienze sulla scorta della famosa analisi engelsiana sul proletariato inglese.

AD EMERGERE non sono le figure di architetti e progettisti ma quelle degli imprenditori, veri artefici di tali siti abitativi. Ma soprattutto le Company town si confermano essere, secondo la tesi enunciata in apertura dagli autori, una sorta di «storia minore» all’interno dell’Architettura, uno snodo complesso e fondamentale, «un’occasione forse irripetibile» in cui si intrecciano tanti fattori quali «il problema dei poveri, la questione delle abitazioni, la religione, il paternalismo, l’assistenzialismo, il capitalismo, gli esiti della rivoluzione industriale, l’utopia, la lotta di classe, l’urbanistica, l’archeologia industriale».
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