Se tocca al giudice difendere l’italiano
Michele Ainis
Difendere la lingua italiana: d'accordo, ma come, da che cosa, in quale contesto? Il caso milanese è proprio identico a quello di Bolzano? Abbiamo qualche dubbio, cercheremo di spiegarci meglio. la Repubblica, 8 marzo 2017


Il caso del Politecnico di Milano e il ricorso al Tar per abolire i corsi in inglese Abbiamo dimenticato che la lingua di un popolo è un bene come la Pietà.

Parrebbe un’ovvietà lapalissiana, rischia di trasformarsi in una prece, una speranza, un desiderio. Non solo per il degrado culturale dei nostri studenti, né per la sciatteria linguistica che trasuda in tv così come dalle pagine dei libri. No, la questione ormai investe la sopravvivenza stessa dell’italiano, quale lingua ufficiale dello Stato. Tocca il ruolo delle istituzioni che dovrebbero proteggerlo. E in ultimo interroga l’identità degli italiani, la loro comune appartenenza.

Ne sono prova due episodi, fra i molti che potrebbero elencarsi. Il primo riguarda una vicenda giu- diziaria innescata dal Politecnico di Milano, dove vengono impartiti — dal 2014 — corsi di laurea magistrale e dottorati di ricerca esclusivamente in lingua inglese. Succede, del resto, anche in altri atenei. A Milano, però, un gruppo di docenti si è rivolto al Tar, ottenendo l’annullamento di quell’iniziativa. Dopodiché il Politecnico si è appellato al Consiglio di Stato, che a sua volta ha chiamato in causa la Consulta. Oggetto del contendere: è legittimo che professori italiani, in territo- rio italiano, insegnino a studenti italiani usando una lingua straniera?

L’altravicenda si sviluppa a Bolzano. Dove la commissione paritetica Stato-Provincia autonoma ha annunziato una riforma della toponomastica, per cancellare il 60% delle denominazioni geografiche in lingua italiana. Risultato: oltre 1500 toponimi si pronuncerebbero soltanto in tedesco. Fra questi la Vetta d’Italia, il punto più a nord della penisola; d’ora in poi si chiamerebbe Glockenkarkopf, cancellando la doppia dizione. E altri luoghi come il Monte Sant’Anna, il lago Trenta, la montagna della Palla Bianca.

Da qui la reazione dell’Accademia della Crusca, subito appoggiata da 102 senatori. Anche perché proprio lo Statuto del Trentino, all’articolo 99, proclama l’italiano «lingua ufficiale dello Stato». Certo, in Alto Adige vige un regime di separatismo linguistico, figlio dell’accordo De Gasperi-Gru- ber del 1946. Un’eccezione rispetto al primato dell’italiano nei documenti ufficiali della nostra Re- pubblica. Ma l’eccezione non può divorare la regola, rimpiazzandola con la regola contraria. Se ne occuperà, probabilmente, la Consulta.

Che nel frattempo ha tuttavia deciso la querelle sul Politecnico. Stabilendo che è lecito impartire corsi di studio in lingua inglese, purché in misura residuale rispetto all’offerta complessiva dei singoli atenei; altrimenti verrebbero penalizzati sia gli studenti (con una barriera linguistica che pre- scinde dai loro saperi), sia gli stessi docenti (rispetto alla libertà d’insegnamento, che comprende anche la scelta sulle forme di comunicazione didattica). Insomma, l’obiettivo dell’internazionalizza- zione non può andare a scapito della nostra lingua nazionale, della sua dignità sociale e culturale. La sentenza n. 42 del 2017 - pubblicata nell’ultima settimana di febbraio — non è affatto un ine- dito nella giurisprudenza costituzionale. Già nel 1982 (sentenza n. 28) la Consulta sancì l’obbligo d’usare la lingua italiana nelle comunicazioni degli uffici pubblici; mentre nel 1999 (sentenza n. 159) aggiunse che la tutela attribuita alle minoranze linguistiche non può mai relegare l’italiano in una posizione marginale. Stavolta, però, vi si coglie un pathos, un’enfasi speciale. Dice la Corte: vero, il plurilinguismo è un tratto delle società contemporanee. Vero, la globalizzazione abbatte confini, mescola culture. Ciò nonostante, la difesa della nostra lingua nazionale non è un retaggio del passato, bensì strumento «per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica ». E l’italiano costituisce «un bene culturale in sé», al pari delle sinfonie di Verdi o della Pietà di Michelangelo. Dovremmo allora chiederci perché, da dove scaturisca questo tono
d’allarme. Ma dopotutto ciascuno conosce la risposta. Noi italiani abbiamo un’identità debole, sfo- cata. Non a caso perfino il più grande monumento edificato dopo l’unificazione nazionale — il Vit- toriano — rimane orfano di qualsiasi rappresentazione dell’Italia. Se si eccettua la parentesi dolente del fascismo, la nostra storia viene scandita dal localismo, non dal nazionalismo. Ma adesso gli ele- menti di disgregazione prevalgono, e di gran lunga, sull’integrazione. Ne è specchio la politica, ne èvittima, a suo modo, la lingua. Dal fascismo allo sfascismo.


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