L’armata degli alberi di Roosevelt che serve al Mezzogiorno
Battista Sanguineto
«Il problema principale dello sviluppo, e del turismo, non è l’assenza di musei, di centri storici o di parchi archeologici, ma è la scomparsa del paesaggio, la distruzione di un sapere collettivo». il manifesto, 18 marzo 2017 (c.m.c.)


L’Italia possiede un bene ineguagliabile che è rappresentato dall’enorme Patrimonio culturale stratificatosi per più di trenta secoli e in maniera capillare nell’ordito armonico delle nostre antiche città, dei nostri musei, delle chiese, dei siti archeologici, dei palazzi dei nostri centri storici immersi nel paesaggio. Il paesaggio è l’immagine, lo specchio della ragione e come tale presuppone – in coloro che vi lavorano, erigono palazzi, costruiscono piazze, strade e scuole modificandone il volto – un’intima partecipazione al diritto di goderne, di gioirne e di apprezzarne la bellezza.

La devastazione della gran parte del paesaggio e delle città soprattutto del Mezzogiorno è, purtroppo, la dimostrazione che il riconoscimento e la produzione della bellezza sono attività che i cittadini, soprattutto quelli meridionali, non hanno esercitato, compreso ed interiorizzato da troppo tempo. I cittadini e la classe dirigente del Mezzogiorno non hanno ancora compreso, non hanno voluto comprendere, che con la scomparsa del paesaggio e delle antiche città si scardinava un fondamentale nesso psicologico di formazione identitaria perché la stabilità dei luoghi garantisce alle società un senso di perpetuità, in grado di conservare l’identità individuale e collettiva.

In una temperie culturale nella quale i valori estetici tendono a essere antifunzionali e antieconomici perché di ostacolo all’efficienza e alla misurabilità economica, la consapevolezza che una città del Mezzogiorno, Matera, sia stata scelta come capitale europea della cultura infonde, a noi meridionali, una speranza.

Il paesaggio agrario del Mezzogiorno che sembrava, alla fine della seconda guerra mondiale, ancora immoto agli occhi di Silone e persino di Pasolini, a partire dagli anni ‘50 viene, invece, devastato e consumato in maniera sempre più impetuosa. Dagli anni ’80 del secolo scorso il processo di riduzione a merce del suolo e del paesaggio agrario subisce un’ulteriore e violentissima accelerazione.

In Italia, fra il 1990 e il 2005, ben il 17% della superficie agricola utilizzata è stata cementificata o degradata e, per esempio, la Calabria è in cima a questa classifica negativa con oltre il 26% del suolo consumato, subito dopo la Liguria, prima con il 27% (Istat), con l’inevitabile dissesto idrogeologico che ne consegue. Un’altra statistica (Ispra 2014) ci dice che, al 2001, ben 7 vani su 10 del patrimonio edilizio italiano erano stati costruiti nei soli 55 anni precedenti, ma anche che il consumo di suolo per abitante nel 1950 era di 178mq., nel 1989 di 286mq. e nel 2012 di 369mq.

Le Regioni meridionali contribuiscono più delle altre all’enorme consumo del suolo, prime fra tutte la Calabria con 1.243.643 alloggi, di cui 482.736 vuoti, per poco meno di 2 milioni di abitanti, con la conseguente percentuale più alta di alloggi vuoti: il 38% (Istat). E se in Lombardia ci sono 5 abitanti per edificio, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5, nelle regioni meridionali, invece, abbiamo meno di 3 abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia e, addirittura, solo 2,5 abitanti in Calabria. L’aumento più evidente dell’abusivismo edilizio si osserva in Molise, Calabria e Basilicata che registrano, fra il 2002 e il 2010, indici medi intorno al 35% delle nuove abitazioni (25% in Basilicata). La Calabria ha 798 chilometri di coste dei quali ben 523 (il 65% del totale) sono urbanizzati, trasformati da interventi antropici legali e abusivi: gli abusi lungo la costa calabrese, secondo una ricerca dell’Università di Reggio Calabria, erano ben 5210: uno ogni 153 metri!

I dati sopra riportati mettono in evidenza quanto l’attuale incapacità da parte dei meridionali di distinguere, salvaguardare, e di produrre, la bellezza sia una condizione patologica della psiche, individuale e collettiva. La bruttezza genera disarmonia, produce incapacità di distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, produce assuefazione all’assenza di regole estetiche e morali, genera immoralità diffusa e, quindi, ‘ndrangheta, camorra e mafia.

Il problema principale dello sviluppo, e del turismo, del Mezzogiorno non è l’assenza di musei, di centri storici o di parchi archeologici da visitare, ma è la scomparsa del paesaggio, la distruzione di un sapere collettivo che dovrebbe essere rappresentato dall’enorme Patrimonio culturale che deve interagire, sistemicamente, con un sostrato eno-gastronomico ancora ricco e vivo, con la tradizione millenaria della nostra biodiversità agricola, con una ricettività alberghiera adeguata e con un mare non inquinato. Bisognerebbe, insomma, che una nuova classe dirigente del Mezzogiorno, portatrice di questo sapere intellettuale collettivo, riuscisse a concepire ed a realizzare un gigantesco e capillare piano di risanamento dei territori, dei mari, dei boschi, dei fiumi e delle coste che impegni, da subito, alcune decine di migliaia di giovani.

Uno dei primi atti del new deal di Franklin Delano Roosevelt fu quello di progettare e finanziare un gigantesco piano di restauro del territorio che impegnò, a partire dal 1933, alcune centinaia di migliaia di ragazzi fra i 18 e i 25 anni. Negli anni che seguirono due milioni di giovani lavoratori, chiamati “L’armata degli alberi di Roosevelt”, piantarono 200 milioni di alberi, rifecero gli argini dei torrenti, allestirono laghetti artificiali per la pesca, costruirono dighe e strade di collegamento, scavarono canali per l’irrigazione, gettarono ponti, combatterono le malattie degli alberi, ripulirono spiagge e terreni incolti.

Ecco cosa ci vorrebbe per il Mezzogiorno: un new deal fondato sul restauro dei paesaggi naturali e storici, dei paesaggi agrari e urbani; un new deal nel quale la “redditività” del nostro patrimonio storico e naturale non risieda solo nella sua commercializzazione, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione, di cittadinanza che creerebbe la ricomposizione materiale ed immateriale dei luoghi, dei paesaggi.
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