Il Papa che accarezza Milano in contropelo
Marco Garzonio
«Sapremo presto come Bergoglio valuta l'”idea di Milano” che politica e cultura oggi mostrano di avere e quanto essa sia sintonica con la visione di Chiesa». Arcipelago Milano online, 14marzo 2017 (m.c.g.)


Un messaggio di novità a Milano papa Francesco l’ha anticipato prima di venire. Fuori dalla comprensibile retorica della vigilia e fatta salva la semina che comunque un grande evento di natura spirituale di per sé produce in una comunità civile e culturale oltreché religiosa, la visita di papa Bergoglio si annuncia molto diversa dalle tre che dei suoi predecessori.

Giovanni Paolo II nel 1983 e nel 1984 e Benedetto XVI nel 2012 si sono presentati con la caratura del loro essere Pontefici e sono stati accolti con fastosità; si sono fermati più giorni; hanno dato spunto a incontri e interventi formali con le autorità cittadine (basti ricordare l’accoglienza di Pisapia a Ratzinger in piazza Duomo e il concerto la sera alla Scala); hanno trascorso le notti in Arcivescovado. Papa Bergoglio, invece, va e torna in giornata. Sala lo accoglierà a Linate e nient’altro è previsto per amministratori e politici.

Il Cardinale Scola lo accompagnerà (non dappertutto: a San Vittore, ad esempio, papa Francesco ha già fatto sapere di voler andare da solo), rimanendo sullo sfondo: l’Osservatore Romano del 9 marzo riferiva della visita senza nominare né l’Arcivescovo né altre cariche ecclesiastiche e parlava del programma «predisposto dalla Prefettura della Casa Pontificia». In Duomo, simbolo della Chiesa Ambrosiana e della città Francesco «parlerà ai sacerdoti e ai consacrati» recita il programma, pregherà nello Scurolo di San Carlo, risponderà ad alcune domande dei presenti, dal sagrato reciterà l’Angelus e benedirà i fedeli. Quindi al carcere, di corsa, come da agenda.

Di non amare gli appuntamenti solenni, perché forse valuta il pericolo che, di là dai buoni propositi, essi pagano un largo tributo al clamore ma poi possono non lasciare traccia nel cuore degli uomini oltreché non produrre significativi cambiamenti nella realtà delle cose una volta spenti i riflettori, Francesco lo aveva fatto capire due anni fa in occasione di Expo.

Secondo il comune modo di sentire e il politicamente corretto che cosa ci sarebbe stato di più appropriato d’una visita del Papa autore proprio in quella stessa primavera 2015 dell’Enciclica ecologista Laudato si’? All’Esposizione Universale non si celebrava il grande tema Nutrire il pianeta, energie per la vita? Bergoglio affidò allora al linguaggio dei segni il suo pensiero. Declinò l’invito e scelse un videomessaggio per l’augurio a Expo. Il successo di presenze e mediatico dell’evento ha tenuto banco per mesi, sotto gli occhi di un’opinione pubblica all’inizio incredula, poi entusiasta.

La “Carta di Milano”, la sollecitazione «ad assumersi le proprie responsabilità per garantire alle generazioni future di poter godere del diritto al cibo» raccolse un milione di firme. Ma quanto il documento abbia inciso e lasciato un segno profondo sul lungo periodo è tuttora materia di riflessione. Insomma, è acquisito che l’effetto Expo abbia prodotto risultati benefici sul “brand Milano” sotto il profilo turistico ed economico, ricevendo poi aiuto insperato anche dalla Brexit. Ricadute importanti.

Sapremo presto come Bergoglio valuta l'”idea di Milano” che politica e cultura oggi mostrano di avere e quanto essa sia sintonica con la visione di Chiesa e di società del Papa venuto dalla fine del mondo, quanto cioè corrisponda alle attese per un'”idea di città e di convivenza” di Francesco.

Bisogna partire da considerazioni del genere se si vuol cercare di capire il significato della venuta di Bergoglio, delle scelte dei luoghi, delle persone con cui intrattenersi e renderla fruttuosa nel tempo, oltre l’occasione. Dopo i discorsi della politica, il Papa delle «periferie del mondo e dell’anima» va nelle Case bianche di via Salomone; qui incontra due famiglie nei loro appartamenti, nel piazzale antistante si mischia alla gente del quartiere: musulmani, immigrati, rom; starà quasi tre ore a San Vittore (un terzo del tempo della sua intera visita), entrando in alcune celle e pranzando con un centinaio di detenuti nel 3° raggio; solo Martini prima di lui mostrò tanta cura per il carcere.

Che cosa accoglierà dentro di sé da queste persone probabilmente lo apprenderemo da lui stesso, quando racconterà le sue emozioni e i suoi pensieri, magari alla Messa al Parco di Monza e all’incontro con i cresimandi a San Siro, ultime due tappe del viaggio-lampo. È un fatto che prima ancora di essere atterrato a Linate con il programma imposto dai suoi collaboratori all’Arcivescovado e al Comune, Francesco sfida Milano e la provoca sul terreno dei valori: giustizia, solidarietà, accoglienza, integrazione, beatitudini evangeliche, interiorità; ideali che dovrebbero essere patrimonio peculiare della città e che invece i milanesi, e talvolta i loro stessi rappresentanti, magari dimenticano o pospongono rispetto ad altri obiettivi immediati, di efficacia apparente.

Di come Francesco sa accarezzare Milano in contropelo, in perfetto spirito evangelico, lo capiremo presto, quando renderà noto il nome dell’Arcivescovo che prenderà il posto del Cardinale Scola. Probabilmente la visita servirà al Papa anche per verificare di persona lo stato di salute spirituale, umano, culturale, civile della città, dopo tanti racconti che gli son stati fatti: privatamente e dai media. In quel momento conosceremo qual è il sogno di Bergoglio per Milano e se la città sa ancora sognare.
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