Francesco senza confini alla conquista di Milano
Luca Fazio
«Storica visita di Bergoglio nella diocesi ambrosiana. Dieci ore intensissime che trascinano in piazza un milione di persone e invitano il "popolo" a stare sempre con gli ultimi, che siano abitanti delle periferie, carcerati o profughi bisognosi di accoglienza». il manifesto, 29 marzo 2017

Speriamo che i milanesi abbiano preso nota. La voce più autorevole ma inascoltata del mondo, dopo aver maltrattato i leader della Ue che festeggiano al capezzale di se stessi, ieri ha cercato la complicità di un milione di persone lungo un percorso studiato con molta cura. Non è un caso se non era previsto alcun incontro ufficiale con le autorità durante la storica visita a Milano di papa Bergoglio. Ha pontificato restando ai margini.

Quello che aveva da dire l’aveva già detto prima ancora di profferire verbo, la traccia del suo itinerario vale più di mille discorsi. E le sue prime parole, pronunciate la mattina in una cosiddetta “periferia difficile”, in via Salomone, sono significative quanto quelle recitate per la messa pomeridiana al parco di Monza davanti a centinaia di migliaia di persone. “Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Vi ringrazio per la vostra accoglienza, tanto calorosa. Grazie, grazie tante! Siete voi che mi accogliete all’ingresso in Milano, e questo è un grande dono per me”.

Quel “voi” sono due anziani, una famiglia musulmana con tre bambini e un’altra con un disabile molto grave, e poi un pezzo di popolo delle periferie che ai tempi del governo Renzi-Gentiloni-Minniti è più facile che venga premiato con un Daspo piuttosto che con una carezza papale. Francesco sta con gli ultimi, non dà peso al decoro, “il sacerdote cristiano è scelto dal popolo e al servizio del popolo”.

Il passaggio dall’estrema periferia est alla cattedrale di Milano è salutato da migliaia di persone sorridenti in sciarpetta bianco-gialla (marketing divino). Sono milioni di foto rubate. Mille scritte di benvenuto. La pipì del papa in un bagno chimico. Bambini scaraventati tra le sue braccia. Un piatto di risotto. I carabinieri che lo circondano per un’istantanea che finirà appesa in chissà quale caserma. Regali e il servizio d’ordine col mal di testa.

In Duomo, seguito come un’ombra dal cardinale Scola, il pontefice ha incontrato quattromila religiosi della Diocesi ambrosiana, la più grande d’Europa. Ai preti, scalmanati con i cellulari sulla testa, ha fatto coraggio invitandoli a non temere le sfide, “si devono prendere come il bue per le corna, sono segno di una fede viva, le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica”. Fuori dal Duomo ha scherzato con le ottantamila persone rilassate sotto il sole, “la nebbia se ne è andata…le cattive lingue dicono che verrà la pioggia, ma non so…io non la vedo ancora”.

Dopo la recita dell’Angelus, nonostante il ritardo sulla tabella di marcia, il papa si è concesso un giro di piazza sulla Papamobile scoperta per dare soddisfazione ai fans adoranti e ai turisti felici di portarsi a casa il ricordo di una brigata di suore svolazzanti disposte a mettersi in posa.

La terza tappa, prima della messa oceanica, al carcere di San Vittore. Era luogo privilegiato del cardinale Carlo Maria Martini. Lì il papa ha voluto incontrare tutti i detenuti (novecento, molti più di quelli che può “ospitare” il penitenziario) e ha mangiato con loro. Una tensione emotiva difficile da raccontare. Risotto allo zafferano, cotoletta e patatine, “vi ringrazio mi sento a casa con voi”. Dopo pranzo, l’ufficio del cappellano, don Recalcati, è stato trasformato in una camera da letto per un po’ di meritato riposo.

Nel parco di Monza, a metà del suo tour de force, il papa è affaticato ma dà soddisfazione a una folla immensa. L’invito è a sovvertire il presente, a credere all’incredibile, come incredibile era stato l’annuncio a Maria di una gravidanza molto speciale. “Guardiamo al presente con audacia”. Il mondo così non va, il mondo “specula” dice Francesco. “Specula sul lavoro, sulla famiglia, sui poveri, sui migranti, sui giovani”. Ma non bisogna rassegnarsi a vivere da spettatori, aspettando che “smetta di piovere”. Non c’è nulla di naturale in quello che sta accadendo al mondo.

Il suo è un appello a ritrovare la memoria, “a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo, questa terra e la sua gente hanno conosciuto il dolore di due guerre mondiali” e quindi non bisogna rimanere “prigionieri dei discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti”. Invita ad abbracciare i confini e ad accogliere. “Il popolo di Dio” è un popolo “multiculturale e multietnico”, è un popolo “chiamato ad ospitare le differenze, ad integrarle con rispetto e creatività, a celebrare la novità che proviene dagli altri”. Non ha “paura di abbracciare i confini, le frontiere, è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno”.

La fine della giornata è nell’intimità dello stadio Meazza, con 80 mila cresimandi. Ha parlato con i bambini e li ha invitati a giocare senza fare i bulli. Oggi, domenica, come pretende il suo datore di lavoro, per papa Francesco sarà giorno di riposo. Assoluto.
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