Andrà l’Italia a New York?
Giorgio Nebbia
Dopo la commedia, già ricordata su eddyburg, di un voto prima favorevole, poi smentito dal governo, sulla risoluzione... (segue)




Dopo la commedia, già ricordata su eddyburg, di un voto prima favorevole, poi smentito dal governo, sulla risoluzione A/RES/71/258 che, all’assemblea generale delle Nazioni Unite chiedeva l’avvio di trattative per il divieto delle armi nucleari e la loro eliminazione, non si capisce se il nostro governo parteciperà ai lavori per tali trattative che cominceranno fra qualche giorno, lunedì 27 marzo, presso le Nazioni Unite a New York.

Sarebbe un grave errore non partecipare per la sola illusione che la presenza di bombe nucleari, quindicimila, nei nove paesi che le possiedono ha la funzione di evitare il loro uso; la teoria della deterrenza, secondo cui nessun paese le userebbe per primo per paura che il “nemico” si vendicasse con effetti ancora più devastanti, è sconsiderata e non evita il pericolo di una catastrofe planetaria.

Sarebbe un grave errore, anche politico, se il governo italiano, per sofismi giuridici e diplomatici, non partecipasse alle trattative per un disarmo nucleare nel nome della fedeltà atlantica agli Stati Uniti, ad un imperatore che rifiuta la stretta di mano al capo di un paese della stessa alleanza atlantica come la signora Merkel, come è avvenuto qualche giorno fa.

Gli ultimi mesi, anzi le ultime settimane, sono state caratterizzate da segnali ben preoccupanti; una corsa all’ampliamento e al perfezionamento delle bombe nucleari e dei missili da parte di tutti i nove paesi che li possiedono; un crescente pericolo del lancio accidentale di alcune delle migliaia di bombe pronte al lancio, dovuto ad un calcolo politico sbagliato, ad un errore umano o ad una attacco ai sistemi elettronici di trasmissione dei dati; la crescente instabilità internazionale; il possibile accesso di gruppi terroristici ad una anche “piccola” bomba nucleare.

Scienziati e uomini politici, oltre a milioni di persone in tutto il mondo, tutti i pontefici cattolici nell’ultimo mezzo secolo, i rappresentanti delle altre comunità cristiane e di altre religioni, hanno chiesto che le armi nucleari siano considerate illegali e siano messe al bando e distrutte come si è riusciti a fare con le altre armi di distruzione di massa, quelle chimiche e biologiche.

Con la risoluzione che si comincerà a discutere fra qualche giorno la maggioranza dei paesi della Terra ha avviato un processo che si propone tale obiettivo.

Milioni di esseri umani nel mondo guardano con ansia e speranza a quanto avverrà alle Nazioni Unite; occorre fare presto, perché l’auspicata distruzione delle armi nucleari esistenti nel mondo sarà una operazione lunga e di grandissimo impegno tecnico, scientifico e finanziario.

Immaginate che cosa può significare, anche in termini economici, lo smantellamento delle migliaia di bombe nucleari esistenti negli arsenali. Si tratta di smontarle, di separare gli “esplosivi nucleari” (uranio arricchito in U-235, plutonio, deuterio, trizio), materiali che restano radioattivi per anni, secoli, alcuni millenni, da mettere al sicuro da possibili furti, da seppellire non-si-sa dove e come per evitare contaminazioni ambientali.

D’altra parte le ancora più gigantesche somme finora spese per tenere in funzione e perfezionare le armi nucleari potrebbero essere finalmente messe a disposizione per dare acqua potabile a chi ne è privo, una casa e del cibo e istruzione e servizi igienici e sanitari ai miliardi di persone che sono affamate e disperate e arrabbiate, che si lanciano attraverso i deserti e i mari per cercare ricovero nei paesi ricchi, per opere che taglierebbero l’erba sotto i piedi dei terrorismi.

L’abolizione delle armi nucleari è, insomma, la premessa per realizzare una maggiore giustizia internazionale e, si sa, come ha detto Isaia, la giustizia è la mamma della pace.
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