Ambientalisti sul piede di guerra: «La tutela dei parchi è a rischio»
Luca Fazio
«Si tratta di una legge che rischia di portare l'Italia indietro di 40 anni e passerà alla storia come la più grave speculazione mai fatta sulle aree verdi italiane». il manifesto, 28 marzo 2017 (c.m.c.)


Ieri nell’aula di Montecitorio, dopo l’approvazione al senato, si è aperto il dibattito sulla riforma della legge 394/91 sui parchi italiani e le aree protette (relatore Enrico Borghi del Pd). Stando alle reazioni stizzite di quasi tutte le associazioni ambientaliste – sostenute da Sinistra italiana – viene da dire che dopo 26 anni di attesa forse il governo poteva sforzarsi di prestare più ascolto.

Solo Legambiente prova a vedere il bicchiere non proprio mezzo vuoto: il testo della legge 4144 sarebbe stato «migliorato» rispetto al passaggio al senato, eppure, dice la presidente Rossella Muroni, «non è la migliore riforma possibile, anzi a dire il vero non si capisce perché è stato necessario riaprire la 239/91 per introdurre queste modifiche». La sua sensazione è che si sia «persa un’occasione importante per aprire un confronto ampio e approfondito su come vada tutelata e gestita la biodiversità in Italia nel 2017». Più netta, invece, la bocciatura di chi sostiene che con questa legge i parchi diventerebbero «terreno di conquista per partiti e potentati» (Dante Caserta, vicepresidente del Wwf).

Tra gli ambientalisti di vecchia data Ermete Realacci (Pd) – oggi presidente della Commissione ambiente e territorio e lavori pubblici alla camera – intervenendo in un’aula deserta ha detto che questa legge è «un passo avanti per l’Italia che guarda al futuro». Sarà. Ma tra gli addetti ai lavori con referenze green sembra l’unico convinto che questa «riforma» renda le aree protette «un modello di sviluppo per l’intero paese, incrociando natura e cultura, coniugando la tutela e la valorizzazione del territorio e delle biodiversità con la buona economia».

Nonostante il giudizio complessivo non proprio esaltante, alcune note positive – non condivise da altri gruppi ambientalisti – vengono sottolineate da Legambiente, la sua ex associazione di cui è ancora presidente onorario.

In sintesi: sarebbe buono il piano nazionale triennale per le aree naturali protette che ripristina un luogo di concertazione tra regioni e governo con 10 milioni l’anno di finanziamenti, così come la destinazione di almeno il 50% delle risorse disponibili alle aree protette regionali e alle aree marine e anche la norma sulla parità di genere nelle nomine (su 23 parchi nazionali sono solo tre le donne con funzioni da direttore); funzionerebbe anche il rafforzamento di alcuni divieti (eliski e attività di estrazione di idrocarburi), il rispetto della normativa sull’uso dei prodotti fitosanitari, il divieto di introdurre cinghiali nel territorio e la proposta di una conferenza nazionale sui parchi da tenersi ogni tre anni.

Il problema dei problemi, secondo tutte le associazioni ambientaliste, Legambiente compresa, riguarda però la governance dei parchi, ovvero chi decide cosa e sulla base di quali priorità e criteri (o pressioni) di tipo economico.

A questo proposito le critiche al governo si fanno pesantissime. «La riforma – sostiene Italia Nostra – passerà alla storia per la più grande e grave speculazione mai fatta sui parchi e le aree verdi italiani. L’ennesimo piatto da spartire per garantire poltrone e favoritismi politici a danno di un patrimonio unico al mondo».

L’associazione, inascoltata al pari di Wwf, ProNatura, Mountain Wilderness, Lipu, Enpa, Cts e Vas, sostiene che «il presidente resta di nomina politica e per la sua designazione non è richiesta nessuna competenza specifica e riconosciuta in materia ambientale e culturale».

Inoltre, la rappresentanza dello stato, dice Italia Nostra, sparisce dal consiglio direttivo per far posto a rappresentanze degli amministratori locali e «degli interessi produttivi»; e in più gli articoli sull’iter per gli interventi edilizi «non sono per niente chiari e rischiano di generare confusione di interpretazione».

E ancora, la legge riconosce royalty una tantum e non annuali quale contributo compensativo per lo sfruttamento delle realtà industriali che operano nei parchi (multinazionali delle acque minerali e petrolieri, per dire dei rapaci più aggressivi).

Il Wwf aggiunge che le aree marine protette saranno governate da un sistema frammentario disomogeneo e «fortemente condizionato dagli interessi locali» e che la gestione della fauna, non essendo ancorata alle direttive comunitarie, aumenta la possibilità di coinvolgere i cacciatori per gli abbattimenti selettivi.

Fulvio Mamone Capria, presidente della Lipu, ne è convinto: «Il cosiddetto controllo faunistico è interamente affidato ai cacciatori».

La presidente del Wwf, Donatella Bianchi, lancia un appello a tutti i deputati – e ai cittadini affinché si appellino ai presidenti di camera e senato – per convincerli ad accogliere modifiche che gli ambientalisti ritengono fondamentali. Per non «stravolgere il sistema delle aree protette e indebolire la natura».
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