Lingue e potere: da Milano a Bolzano
Edoardo Salzano
A proposito della difesa della lingua italiana e di alcuni casi recenti. Una cosa è combattere l'imperialismo linguistico (strumento d'un più sostanziale imperialismo politico), altra cosa è difendere la coesistenza di lingue e culture diverse. Con riferimenti

Ci sembra che la questione posta dal recente articolo di Ainis (la Repubblica, 8 marzo) , e da altri difensori della lingua italiana, vada inquadrata in un panorama un po' più ampio, tenendo conto che la questione linguistica è sempre collegata molto strettamente a quella del potere. I due episodi citati da Ainis (quello milanese e quello altoatesino) esprimono situazioni e suscitano riflessioni molto diverse, sebbene anche legate tra loro.

Il Politecnico di Milano e l’inglese

Il primo episodio, quello del Politecnico di Milano è sintomo e conseguenza del sistema di potere che il mondo anglosassone (ma in particolare gli Stati uniti d'America), ha costruito da molti decenni. Precisamente da quando la “Dottrina Truman” (1947), proclamata in coincidenza con la rottura dell’unità antifascista, trasformò rapidamente Washington nella capitale di un Impero mondiale.

Il consolidamento della lingua anglosassone come dominante nell’economia capitalistica fu una delle tante conseguenze del nuovo assetto dei poteri nel pianeta. Esso si sviluppò poderosamente con la nuova forma del regime economico, ideologico e sociale del capitalismo: il neoliberisno (o, nell’accezione anglosassone del termine, il “neoliberalism”). Noti sono ai nostri lettori i momenti e gli strumenti rilevanti nel percorso impresso alla globalizzazione dal potere dominante, sa sul piano della teoria che su quello delle azioni concrete nei gangli del potere reale.

Si tratta delle teorie elaborate e delle azioni condotte dalla della Mont Pèlerin Society (1947) e dalla Trilateral Commission (1973). Si tratta, sul piano gli eventi storici, dell’allineamento della Cina di Deng Xiaoping alle pratiche del capitalismo (1982), e del crollo del capitalismo di Stato dell’Unione sovietica, simbolicamente espresso dall’abbattimento, da parte del governo comunista, del Muro di Berlino (1989). Tutto ciò contribuì a realizzare un modello di società nella quale - in tutte le sfere in cui si dovevano o volevano scambiare nozioni e azioni in aree non localistiche - il trionfo della lingua anglosassone era l’inevitabile conseguenza. 

È evidente che questo processo ha come suo “effetto collaterale” la tendenziale scomparsa delle altre lingue nazionali, ridotte a idiomi parlati solo localmente (quasi dialetti) o nell’ambito di particolari ristrette isole dei saperi ultraspecializzati (quasi gerghi). Ma è altrettanto evidente che non si salvano le diversità linguistiche) se non si coglie la sfida tutta politica che la questione implica: la sfida del radicale cambiamento del regime economico, sociale, culturale e politico del neoliberismo.

Bolzano e il Sudtirolo

Un’altra storia è quella raccontata dall’esperienza bolzanina. Molti hanno dimenticati come si giunse all’assetto politico-amministrativo dell’attuale regione a statuto speciale denominata Trentino - Alto Adige/Südtirol. La storia iniziò alla fine della Prima guerra mondiale quando gli accordi di pace attribuirono all’Italia una regione austriaca originariamente denominata Südtirol (Tirolo del sud). Dopo la seconda guerra mondiale gli accordi di pace si conclusero con la formazione della regione italiana denominata, appunto, Trentino-Alto Adige/Südtirol. L’accordo fu raggiunto con il cosiddetto lodo De Gasperi-Gruber, attraverso una serie di tappe e di reciproche concessioni. Una regione italiana si, ma costituita da due province: una di popolazione e storia prevalentemente italiana, quella di Trento, e una a predominanza austriaco-ladina, Bolzano. Ma a differenza delle altre ragioni italiane, quella “mista” non è la sede del potere legislativo: legiferano i due consigli provinciali. E il consiglio regionale è semplicemente la somma dei due consigli provinciali Perciò appunto quando nelle normative italiane ci si riferisce alle regioni si adopera la dizione: le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano".

In quell’area si parlano tre lingue: l’austro-tedesco, l’italiano e il ladino . Nel regime austroungarico le minoranze linguistiche erano generalmente rispettate, ai tempi della dominazione austroungarica toponimi tedeschi e ladini convivevano tranquillamente. Ainis, critica l'azione della "commissione paritetica Stato-Provincia autonoma di Bolzano la quale  ha annunziato una riforma della toponomastica, per cancellare il 60% delle denominazioni geografiche in lingua italiana. Nell'articolo si ricorda, giustamente, che, mentre nel trentino la lingua ufficiale è l'italiano, in quella sudtirolese vige il bilinguismo. Ainis  rimpiange, giustamente, che «la Vetta d’Italia, il punto più a nord della penisola, d’ora in poi si chiamerebbe Glockenkarkopf», cancellando la doppia dizione in vigore oggi. Ma non ricorda ai lettori che la Vetta d’Italia, era stata così ribattezzata dall’irredentista italiano Tolomei già nel 1904, mentre la popolazione locale continuava a nominarla con il tradizionale toponimo austriaco.

È tipico dei regimi totalitari, quando si impadroniscono di un territorio e di un popolo, modificare i nomi dei fiumi, monti, laghi, città, così come  la lingua insegnata nelle scuole e adoperata nei documenti ufficiali. Si produce così  così un effetto di spaesamento, un annullamento del passato, che consolida la presa del potere e tarpa le ali di ogni possibile resistenza al regime. Anche gli italiani si comportarono così negli anni del fascismo,

Tornando al Sudtirolo, l’avvento in Italia del regime fascista provocò un’italianizzazione forzata dell’intera area. I cognomi furono italianizzati (a partire da quelli dei dipendenti pubblici), e così la toponomastica. La popolazione di lingua germanica venne invitata a trasferirsi nelle limitrofe province austriache e popolazione di origine italiana a impiantarsi nella provincia di Bolzano. Come del reso era avvenuto in Slovenia, nel breve periodo dell'occupazione italiana. Nella Repubblica italiana succeduta alla sconfitta del nazifascismo si raggiunse un equilibrio nelle regioni di confine si era trovato: il lodo De Gasperi-Gruber e il bilinguismo della provincia/regione al confine con l’Austria lo testimonia.

Oggi la ventata nazionalistica che soffia gelida su tutto il mondo fa riemergere antiche rivendicazioni, ed è giusto segnalarlo. Ma non è giusto ignorare che gli italiani non si comportarono sempre da “brava gente” .

Ancora oggi, del resto, le reazioni di gran parte degli italiani all’arrivo di persone che vengono da altre terre e altre storie, praticano diverse religioni e parlano diverse lingue genera reazioni che, nei casi più favorevoli (dove cioè si sia superato positivamente la soglia della ”prima accoglienza”) si concretano nella  pretesa di operare una italianizzazione forzata della lingua e dei costumi dei migranti, al di là dell’apprendimento necessario a chiunque viva in un paese in cui la maggioranza degli abitanti parli una lingua diversa.

Per superare gli sbarramenti e non alimentare i nazionalismi occorre praticare, nell’esperienza quotidiana, la consapevolezza che viviamo in un mondo di diversi, e che anche le diversità linguistiche e culturali (come quelle della botanica e della natura) non sono una minaccia ma una ricchezza. La condizione iniziale è che ci sia il rispetto del diverso; il percorso virtuoso è che dal rispetto di passi alla curiosità, e infine alla conoscenza. Impieghiamo tanto tempo a imparare l’uso di ogni nuovo gadget elettronico; non sarebbe meglio impiegarne un po' per conoscere lo swahili  o l'arabo,  lo svedese o lo slavo?

Riferimenti

Si veda in proposito, su eddyburg, l'articolo di Michele Ainis  Se tocca al giudice difendere l'italiano, la lettera di Giorgio Pagano a nome di un gruppo di docenti del Polimi  No all'inglesizzazione degli atenei
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