Milano il Pil e le riforme incagliate
Luca Beltrami Gadola
«Il PIL finisce con l’essere l’altare sul quale si chiede a un Paese di fare sacrifici come se tutti i Paesi fossero uguali e in particolare il valore dei servizi resi non dovesse tenere conto di specifiche realtà». ArcipelagoMilano, 31 gennaio 2017 (c.m.c.)



Negli ultimi giorni da Banca d’Italia, da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea sono arrivati ammonimenti, bacchettate e sollecitazioni come piovesse. Due i temi principali: le mancate o parziali riforme e lo sforamento dello 0,2% del rapporto debito PIL, fissato al 3% col patto di stabilità e crescita (PSC) stipulato e sottoscritto nel 1997 dai paesi della UE. La domanda che mi faccio e che penso si facciano molti dei nostri lettori è: ma che colpa abbiamo noi? Sì, proprio come il refrain della vecchia canzone dei Rokers del 1965, (magari riascoltarla non fa male). Noi milanesi.

Tanto per cominciare non siamo stati capaci di far pesare a Roma quello che ora il Governo ci riconosce: essere la principale locomotiva del Paese – non l’unica certo – e non aver mandato in Parlamento una classe politica capace di fare riforme che non abortiscano sugli scogli della Corte dei Conti, della Corte Costituzionale e, a livello locale, sugli scogli dei Tribunali Amministrativi Regionali. La sollecitazione a fare le riforme cade in un mondo legislativo assolutamente inadeguato, di dilettanti allo sbaraglio. Un esempio? La legge Delrio.

La scarsa attenzione al formarsi di una classe dirigente e, ancora peggio, una sorte di disprezzo della politica da parte della borghesia imprenditoriale sono due nostre colpe gravi. Ricordo a me per primo ma a tutti quelli della mia generazione il tempo in cui i milanesi si gloriavano nel dire che a Roma si faceva politica e noi invece lavoravamo e che i politici erano un taxi sul quale si saliva al bisogno. Questo disimpegno lo stiamo pagando anche adesso.

Se saremo sanzionati da Bruxelles e fossimo costretti ad esempio a un aumento dell’IVA e/o delle accise sulla benzina, è chiaro a tutti che il peso maggiore andrà sulle aree dove produzione e consumi sono maggiori. Se così sarà noi dunque saremo in prima linea.

Qui però vale la pena di aprire ancora una volta il problema del sistema di calcolo del PIL (o Prodotto Interno Lordo) che misura il valore di mercato di tutte le merci finite e di tutti i servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio. Il PIL finisce con l’essere l’altare sul quale si chiede a un Paese di fare sacrifici come se tutti i Paesi fossero uguali e in particolare il valore dei servizi resi non dovesse tenere conto di specifiche realtà.

Nel calcolo del PIL sono sì compresi virtualmente anche i valori della produzione legata all’economia nera, guai se così non fosse da noi, ma essendo un calcolo teorico comunque ci penalizza ma, quello che è più grave, non si conteggiano i servizi forniti in modo volontario e gratuito ormai da una vastissima platea di cittadini. Milano in testa alla lista del lavoro volontario gratuito. Lo stesso discorso vale per il lavoro domestico e di accudimento a vecchi e bambini, ancora prevalentemente femminile, altrove in Europa per la maggior parte a carico dello Stato.

L’obiezione c’è: se questo lavoro fosse pagato, essendo di tipo integrativo e sostitutivo di funzioni non svolte dalla mano pubblica, e se quest’ultima le pagasse, i conti dello Stato peggiorerebbero e di conseguenza il rapporto debito/PIL.

Ma io propongo un’altra lettura. Il volontariato funziona dal punto di vista del suo valore con un meccanismo simile alla banca del tempo: è una sorta di autotassazione volontaria a favore dello Stato al quale “versiamo” il nostro tempo, dunque un aumento del gettito fiscale. Se così potesse essere, se così si potesse calcolare il PIL, fuori dall’utopia, di nuovo noi milanesi saremmo in prima linea come contribuenti volonterosi, insieme con altri, in un Paese più ricco, certo sulla carta. Ma il PIL non è carta?

La riflessione comunque sul PIL va fatta e noi milanesi dovremmo chiederla e forse, per una volta, troveremmo d’accordo M5s, Lega, Forza Italia, Pd e tutti insomma.

Ma la gratuità del lavoro è un tema che si allarga e comprende anche una parte della classe politica: sull’onda della riduzione dei costi della politica, ad esempio la legge Delrio prevede che i consiglieri delle Città Metropolitane non percepiscano compensi.

Contemporaneamente molti Comuni assumono consulenti che hanno emolumenti superiori a quelli degli assessori con i quali collaborano. Il divario tra le somme percepite da consiglieri comunali e quelli regionali sono stridenti. Ad alcune cariche e funzioni pubbliche può accedere soltanto chi ha redditi propri, alla faccia della democrazia, come ha sottolineato anche recentemente il Procuratore Generale milanese Roberto Alfonso all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Nel Paese delle disuguaglianze anche questo è un aspetto sul quale riflettere, senza indugi, senza ipocrisie e sapendo che per farlo si dovranno correggere anche pesantemente trattamenti che vengono da situazioni pregresse e diritti”acquisiti”. La politica saprà fare pulizia? In casa sua prima che altrove?




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