Isabella Conti contro gli "urbanisti filosofi"
Mariangiola Gallingani
Isabella Conti, la sindaca di San Lazzaro di Savena che si è opposta alla “colata di cemento” voluta da privati e cooperative, ha espresso, un po’ a sorpresa, una critica decisa, persino sdegnosa... (segue)


Isabella Conti, la sindaca di San Lazzaro di Savena che si è opposta alla “colata di cemento” voluta da privati e cooperative, ha espresso, un po’ a sorpresa, una critica decisa, persino sdegnosa, nei confronti di contenuti e relatori del convegno "Fino alla fine del suolo", organizzato il 3 febbraio a Bologna dai gruppi consiliari regionali del Movimento 5 Stelle e de L’Altra Emilia-Romagna.

Dice fra l'altro Conti: "Non tollero questo atteggiamento da filosofi in punta di penna o noi qui in trincea a trovare il meglio per i nostri territori...".

Le sfugge, forse, o forse non ricorda che per esempio Vezio De Lucia – uno dei relatori -, già dirigente dei Lavori pubblici, cacciato all'epoca dal ministro Giovanni Prandini, è stato fra le tante altre cose assessore all'Urbanistica del comune di Napoli... Già, perchè, amministratori o tecnici, siamo stati tutti quanti "in trincea", e alcuni di noi lo sono stati in situazioni e frangenti decisamente difficili...

Questo “vuoto di memoria”, diciamo così, dà qualche indizio eloquente sul retroterra reale di questa leva di amministratori e politici, che a tutti i costi e in ogni occasione rivendica la propria condizione di vaterlos, senza-padre. Questa “orfanità originaria”, rivendicata, esibita, sfidante, è tema ormai ricorrente nella politica italiana, da quando le interpretazioni “classiche” della psicanalisi – Freud, Sofocle, Edipo… - sono state pubblicamente messe in mora dal nostro (ex)-giovane ex-premier, a favore invece della costellazione propugnata dallo psych più à la page Massimo Recalcati: – Recalcati (appunto!), Omero, Telemaco… “Siamo la generazione di Telemaco”, ebbe a dire l’ex-giovane ex-premier…

Salvo poi, come ha notato con particolare e piacevolmente ironica profondità Alfredo Moranti sul suo blog "Il carteggio Aspern", salvo poi, non appena qualcuno tira in ballo l’eredità in termini di dobloni (il patrimonio dell’ex PCI, per capirci), rivelarsi molto diversi dall’adamantino virgineo figlio di Ulisse, per mostrare al contrario una meno nobile parentela con i Proci…

C’è un’altra fondamentale differenza: diversamente da chi mostra simili “vuoti di memoria”, Telemaco ricorda, per questo attende, per questo non cede. Per questo, infine, riconosce il padre, si riconosce non-orfano. Gli orfani originari rifiutano di ricordare – e specie se si tratta del passato di qualcun altro.

C’è spazio solo per il proprio presente – per la patetica nostalgia del proprio, luminoso, futuro…

"Ciò che hai ereditato dai padri, dice Goethe, riconquistalo, se vuoi possederlo davvero". In questo caso, invece, all'eredità si rinuncia con decisione e ripulsa.

Senza nemmeno conoscere la sua consistenza, a prescindere. È sufficiente che faccia capolino un minimo di prestigio professionale o accademico della generazione di chi, anziché trovarsi in alto mare o tra le braccia di Circe, come ogni serio buon padre Ulisse dovrebbe, non solo torna, ma osa anche parlare, perchè la generazione dei senza-padre metta mano metaforicamente, come quel celebre Ministro della Cultura, "alla pistola". Perchè si deve impedire in ogni modo che chi è tornato metta le mani su quell’arco che, solo, è in grado di tendere…

Noi non siamo stati una "generazione Erasmus" - a parte l'arretratezza dell'integrazione europea (Erasmus era di là da venire) -, molti di noi hanno avuto l'ambizione di poter mettere le proprie piccole o grandi capacità al servizio di questo Paese.

E qualcosa vorrà dire se, oggi, chi si trova in quella che fu la nostra condizione - i giovani, e soprattutto i giovani dotati di alta formazione -, opta decisamente e senza esitazione o rimpianti per la fuga dall'Italia - esplicitando la convinzione che, quali che siano le tue intenzioni o le tue capacità, per il Paese non c’è forse quasi più niente da fare..

La "trincea" resta allora appannaggio di chi programmaticamente non ha eredità nè memoria, di chi non avrebbe mai l'umiltà di ammettere che si trova nella necessità di "riconquistare" qualcosa - dal momento che detiene, e solo per la sua nascita, sotto il pastrano il bastone di maresciallo...

Purchè quell’arco di cui si diceva resti il più possibile fuori portata, sepolto nel “passato” che non è il caso di ricordare…


L’intervista a Isabella Conti, di Beppe Persichella, è su Il Corriere di Bologna, 5/2/2017, “Conti contro gli ambientalisti – “Sono filosofi, noi in trincea”


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