Immigrazione, galassia Usa delle città "santuario" anti-Trump
Barbara Ciolli
«New York capofila. Poi San Francisco, Chicago, Seattle, Boston e altri. Anche nel Sud razzista e nelle roccaforti repubblicane. C'è una rete di sindaci che non caccia i profughi. Donald è pronto a tagliare i fondi». Lettera 43 online,15 febbraio 2017 (c.m.c.)

La Babele che si erge contro la stretta di Donald Trump sugli immigrati - oltre al muro annunciato e lo stop agli ingressi da sette Stati musulmani, un decreto che dal 26 gennaio 2017 ne autorizza gli arresti sommari - è composta da centinaia tra grandi città e centri minori americani sparsi in quasi tutti gli States della federazione: una realtà che, per agire in modo democratico, il nuovo presidente degli Usa dovrebbe considerare, anche solo per rispettare la maggioranza della popolazione (quasi 3 milioni di elettori in più per Hillary Clinton, se Oltreoceano si votasse secondo la regola “una testa un voto”) che non lo vuole alla Casa Bianca.

Donald le smantella? New York, San Francisco, Chicago, Seattle, ma anche Detroit, Dallas e Tampa negli Stati roccaforte dei repubblicani, la capitale dell'Alabama Birmingham e una miriade di altri Comuni locali. Sono circa 200 le «città-santuario» degli Usa, una trentina quelle più grandi, che, dal loro gran rifiuto nel 1996 alla Legge sull'immigrazione dell'Amministrazione democratica di Bill Clinton sull'aumento delle espulsioni, tengono orgogliosamente aperte le porte agli stranieri irregolari sul territorio. Barack Obama, e prima di lui anche Bush figlio, le avevano nel complesso tollerate. Trump le vuole smantellare, tagliando loro miliardi di fondi a meno che non si adeguino al nuovo corso.

Qualcuna delle città-santuario, come la Miami anti castrista e altri bacini elettorali nell'Alaska di Sarah Palin, si sono subito dichiarate pronte a cooperare con il Dipartimento per la Sicurezza nazionale che applica il decreto Trump e saranno presto depennate dall'elenco delle città-santuario. Ma sono mosche bianche: la maggioranza di questi porti sicuri per gli oltre 11 milioni di senza diritti, che lavorano nella clandestinità mandando a scuola i loro figli negli Usa, promette di non cedere al diktat del governo e si attrezza a un duro e lungo scontro con Trump. Una guerra di trincea.

De Blasio in prima fila. Il sindaco di New York Bill de Blasio, italo-americano figlio di immigrati, ha iniziato a «mettere da parte 250 milioni di dollari all'anno, in riserve, per quattro anni», visti i «tempi incerti che si prospettano». La Grande Mela è la metropoli capofila, e la più famosa, dell'opposizione all'Amministrazione Trump. De Blasio ha annunciato, immediatamente dopo la vittoria del tycoon alle elezioni dell'8 novembre 2016, che avrebbe trasgredito le direttive di Washington: «Non daremo al Dipartimento del governo le liste degli irregolari di New York. Non deporteremo coloro che rispettano la legge», ha aggiunto, «non separeremo le famiglie».

Un'altra metropoli che fa molto rumore per le barricate contro Trump è la liberal San Francisco, capitale dei diritti agli omosex oltre che della Silicon Valley delle multinazionali informatiche in guerra con la nuova Amministrazione protezionista. Ma tutta la California degli artisti di Hollywood, che confina col Messico, da Los Angeles a San Diego, da Sacramento a Santa Barbara per citare le località più conosciute, è disseminata di città-santuario che non procedono agli arresti tout court degli immigrati disposti da Washington. E pure la capitale, sede del Congresso e della Casa Bianca, è a sua volta città-santuario dal 2010, da quando il Consiglio comunale votò lo stop al proprio dipartimento di polizia a eseguire un programma di sicurezza.

La minaccia dei fondi taglaiti. Come Boston, Denver e Los Angeles, Washington è una delle città Usa che non si sono mai esplicitamente proclamate città-santuario ma che, disponendo forme di protezione per gli irregolari e bloccando alcune disposizioni centrali dei governi contro di loro, negli anni si sono di fatte aggiunte all'elenco. Anche il sindaco di Boston Marty Walsh si è dichiarato «profondamente disturbato» dai provvedimenti di Trump, anticipando di mettere in campo «tutti i mezzi legali» a disposizione «per proteggere tutti i residenti» della capitale del Massachusetts. A rischio, solo per il 2016, per Boston ci sono circa 65 milioni e mezzo di dollari di entrate fiscali dal governo federale.

In totale l'Amministrazione Trump (ora scossa dal caso Flynn) è pronta a sospendere più di 2 miliardi di fondi verso le 10 maggiori città statunitensi (quasi tutte città-santuario), per boicottare gli ammutinamenti. Per New York si tratta di più di 250 milioni di dollari di finanziamenti in meno, per Los Angeles più del doppio. Per Seattle di 72 milioni, per Denver di 39 milioni. La chiusura dei rubinetti di Washington toglierà risorse ai programmi educativi e sociali, anche per il sostegno all'assistenza sanitaria, in un anno nel quale potrebbe saltare anche la riforma del welfare di Obama che Trump intende abolire il prima possibile. A Seattle, teatro anche di calde manifestazioni anti-Trump, l'Amministrazione locale stima che i mancati introiti fiscali «avranno un grosso impatto anche sull'economia e sul commercio».

Appello al quarto emendamento. Ma l'ostruzionismo va avanti anche in decine di altre città minori: da Phoenix e Tucson in Arizona, a New Orleans in Louisiana, a Portland nel Maine, a Baltimora in Maryland, a Minneapolis in Minnesota, a Cleveland e Dayton nell'Ohio, da Est a Ovest la mappa degli Usa è tempestata di paletti a Trump. Oltre a ribadire che non si piegherà alla Casa Bianca, a dicembre il primo cittadino di Chicago Rahm Emanuel ha stanziato nel bilancio comunale del 2017 un milione di dollari per l'assistenza degli immigrati. Il sindaco di Seattle Ed Murray ha affermato categorico: «Non permetteremo alla polizia, come avvenne nella Seconda guerra mondiale, di dipendere dal governo federale per prelevare gli immigrati. Il quarto emendamento è chiaro a proposito».

L'articolo citato della Costituzione americana tutela chi si trova sul suolo degli Stati Uniti da «ricerche e misure irragionevoli sulle persone e sulle loro cose». Negli Usa le città-santuario hanno iniziato a costituirsi spontaneamente dagli Anni 80 per accogliere gli stranieri in fuga dai conflitti nell'America latina, e si sono man mano ingrossate con l'inasprimento delle leggi sull'immigrazione degli ultimi 30 anni: la costruzione della barriera con il Messico di Bush padre prima, il via libera alle «deportazioni di clandestini» di Clinton poi, infine l'aumento dei controlli e delle espulsioni alle frontiere dello stesso Obama, che a fronte di una grande sanatoria per circa 5 milioni di irregolari interni, nei suoi due mandati ha anche rafforzato le misure di deterrenza agli ingressi.

Cinque stati contro. Smantellare questa rete di porti sicuri non potrà essere immediato per Trump, neanche se ha già firmato l'ordine esecutivo che blocca i finanziamenti statali alle città-santuario. Se centinaia di arresti di irregolari sono scattati e procedono in diversi Stati degli Usa, in almeno altri cinque (California, Oregon, Vermont, Connecticut e Rhode Island) e in 39 città, nonché in oltre 600 contee, le leggi fissano limiti legali alla cooperazione delle polizie locali con le agenzie federali nazionali sull'immigrazione. E sono diversi gli appigli legali per i sindaci delle città-santuario.

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