Le Province al voto, senza elettori e senza più soldi
Andrea Colombo
«Le elezioni secondo la legge Delrio. Tagliati i fondi dell’istituzione abolita per finta, restano i "costi della politica"». il manifesto, 10 gennaio 2017 (p.d.)


Chi ha vinto le elezioni provinciali? Questione secondaria. La domanda che si pone è un’altra: perché si vota per un istituto che era stato abolito?

La risposta viene da sola: perché le Province erano state cancellate solo nella propaganda del governo. Erano stati aboliti gli elettori, questo sì, esattamente come sarebbe accaduto per il Senato se la sciagurata riforma di Renzi fosse stata approvata. A votare per il rinnovo di 33 Province (avrebbero dovuto essere 38 ma in 5 il freddo ha suggerito il rinvio) non sono stati infatti cittadini residenti ma 29mila sindaci e consiglieri comunali o giù di lì. Come era successo nei mesi scorsi per altre 27 Province e come succederà per altre 5 nelle prossime settimane. Alla fine, aggiungendo le sedi in cui si è votato da un anno e le 10 Città Metropolitane che non sono Province solo perché gli hanno cambiato il nome, il conto tornerà: 107 erano prima della strombazzatissima riforma Delrio e 107 sono ancora.

Per forza: tutta colpa del popolo canaglia che con il referendum sulla Costituzione ha resuscitato le malnate Province. Mica vero. Il referendum, se anche avesse vinto il Sì, non avrebbe cambiato nulla a parte l’eliminazione della paroletta in questione dalla Carta. Si sarebbe poi dovuto, e grazie alla modifica costituzionale potuto, procedere a una vera riforma. Solo che i problemi politici sarebbero rimasti intatti anche con la vittoria dei Sì, e sarebbero stati gli stessi che hanno trasformato la Delrio in un disastro camuffato da strepitosa vittoria lampo. Problemi tipo: che fare dei dipendenti attualmente in un limbo tra Province e Regioni, impiegati in cerca d’autore, oppure come coniugare la scelta di procedere al dettato europeo che nella famosa lettera-diktat dell’estate 2010 imponeva la cancellazione delle Province con la contemporanea e contraddittoria riforma che chiede ai piccoli comuni di accorparsi.

In realtà la riforma Delrio non ha eliminato solo gli elettori delle Province: ha anche saccheggiato i fondi dell’istituzione abolita per finta. In effetti le Province non hanno più soldi. Scarseggiano i fondi non per il mantenimento della Casta, come da propaganda di tutti i colori, ma per le funzioni che nonostante il rullo di tamburi renziano sono rimaste in collo alle non-morte: viabilità, edilizia scolastica, ambiente.

I dati diffusi dalla Cgil sono una cronaca della catastrofe. I fondi per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%. La polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, è passata in otto anni da circa 2700 effettivi a 700. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto.

L’istituzione resta. I “costi della politica” che comportava permangono. I fondi per fare quel che a detta istituzione competerebbe sono scomparsi. I dipendenti deambulano nella terra di nessuno. Gli elettori sono stati sgravati dalla dura fatica di eleggere. Il consuntivo della riforma Delrio non è precisamente trionfale. Un po’ come quello della riforma Rai, mai andata tanto male come dopo il tocco di quel Mida alla rovescia che si chiama Renzi, o quello della Buona scuola, che il governo ha dovuto modificare in un punto fondamentale ma continua a provocare disastri e andrà rimaneggiata presto. I conti del Jobs Act sono arrivati ieri: parlano di una disoccupazione di nuovo alle stelle.

Perché mai, con simili successi alle spalle, Paolo Gentiloni rivendichi piena continuità col precedente governo resta un mistero.
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