Giulio Angioni e le parole per dare senso all’ostinazione
Costantino Cossu
«Dare senso all’ostinazione di esistere attraverso le infinite storie già raccontate o ancora da raccontare. Raccontare, come l’eterna Sherazade prigioniera non arresa di un tiranno onnipotente». Questo era Giulio Angioni, scrittore e antropologo sardo. il manifesto, 13 gennaio 2017



«Quando non si saprà/ di te che sarai stato, / dell’albero che un giorno avrai piantato/ in terra smemorata/ e la parola d’aria respirata/ sarà altra cosa in chissà quale stato/ tu forse lo saprai/ che qui e ora sei». Sono gli ultimi versi scritti da Giulio Angioni, postati su Facebook tre giorni fa. C’è dentro la voce di Giulio, che s’è spento ieri a 78 anni per una malattia fulminante. Voce inconfondibile come quella di qualsiasi scrittore vero. Quel suo italiano che avvolgeva luoghi e persone in lunghe spirali di parole mosse sempre da un «ma», da un «forse»: dal dubbio. Leggevi e capivi subito che era la sua lingua, solo la sua lingua. Esattamente il contrario di quanto avviene con le legioni di scrittori falsi in circolazione, uniformati ai codici espressivi standard, quelli che piacciono agli editor, i codici che ti fanno vendere.

Con A fuoco dentro, pubblicato nel 1978 da una piccola casa editrice sassarese, la Edes, nel 1978, Angioni è stato, insieme con Salvatore Satta e con Salvatore Mannuzzu, tra i primi di una lunga teoria di scrittori sardi (da Sergio Atzeni a Giorgio Todde, da Marcello Fois a Michela Murgia, da Flavio Soriga ad Alberto Capitta) che hanno spezzato le catene del folklore. Tra i primi, cioè, a raccontare l’isola non come dall’esterno ci si aspettava che venisse raccontata (spesso, come si sa, è esattamente questo ciò che accade a chi è stato ridotto ai margini della Storia), ma come effettivamente la Sardegna era ed è. L’oro di Fraus (Editori Riuniti), Il sale sulla ferita (Marsilio), Una ignota compagnia (Feltrinelli), Il mare intorno (Sellerio), Assandìra (Sellerio), Le fiamme di Toledo (Sellerio), Gabbiani sul carso (Sellerio) sono alcune delle tappe di un percorso in cui il trauma del passaggio da una società tradizionale alla contemporaneità viene declinato secondo uno schema, quello della crisi del soggetto, che gli esiti estremi della modernità (pigramente ci ostiniamo a chiamarli postmodernità) non hanno potuto, alla fine, che riproporre.

Ultima tappa  di questo percorso è stato Sulla faccia della terra (Feltrinelli). Storia di un gruppo di sopravvissuti alla distruzione, per opera dei conquistatori pisani nel 1258, della città sarda di Santa Igia. Il filo più riposto e più prezioso del racconto è quello che intreccia identità e parola. «Il mondo – dice la schiava persiana Akì nel capitolo centrale del libro – prende senso soltanto se lo raccontiamo». «Noi siamo per noi – chiosa un altro sopravvissuto, l’ebreo Baruch – ciò che riusciamo a raccontare di noi stessi. E per gli altri siamo ciò che loro raccontano di noi». Tutti gli scampati alla violenza mostruosa della Storia dicono la loro storia, nell’ultimo libro di Angioni. I sopravvissuti sanno che «il vivere non sempre indica direzioni».

Il servo Paulinu insegna agli altri che «a volte è meglio lasciare le cose per conto loro, non piegarle a sensi e direzioni». E però un verso esiste. Paulinu viene da Fraus, il villaggio contadino di tanti libri di Angioni, e «sente la suggestione di storie, di leggende agresti che ancora gli allargano la mente e gli arricchiscono il parlare. E lo fanno capace di dare senso all’ostinazione di esistere in questa indecisione, tra cielo e terra, mare e laguna, nel mondo in guerra».


Dare senso all’ostinazione di esistere attraverso le infinite storie già raccontate o ancora da raccontare. Eccolo il verso, nel mondo in guerra: raccontare, come l’eterna Sherazade prigioniera non arresa di un tiranno onnipotente. Questo era Giulio Angioni.
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