Firenze privatizzata per amore (dei soldi)
Tomaso Montanari
«Firenze diventa ancor più diseguale; il suo patrimonio pubblico viene privatizzato e messo al servizio del piacere esclusivo di pochi super ricchi; La Pira si rivolta nella tomba». la Repubblica online, blog "articolo 9" 23 gennaio 2017 (c.m.c.)


Ci sono molti modi per amministrare una città, e i suoi edifici.

Qualche giorno fa l’urbanista Ilaria Agostini ha invitato la Giunta comunale di Firenze ad accogliere «nella città vecchia il popolo nuovo»: a dare, cioè, casa ai migranti nei grandi volumi vuoti e pubblici del centro storico. Agostini citava il luminoso precedente di Giorgio La Pira, che nel 1953 requisì molte case sfitte «considerato che gravissima è la carenza degli alloggi nel Comune di Firenze» (così la memorabile ordinanza che firmò).

Ora, Dario Nardella non è La Pira. La sua dimensione è più quella di: ‘votiamo il nome delle linee della tranvia scegliendo tra Michelangelo, Brunelleschi, Leonardo, Botticelli’… (e non è una battuta, purtroppo). La sua idea di Firenze punta sul rincoglionimento retorico dei cittadini, e sul lusso come unico asset strategico di sviluppo economico.

E dunque sapevamo che il grande complesso religioso di Costa San Giorgio non sarebbe stato restituito alla città, e men che meno a quelli che papa Francesco chiama gli ‘scartati’: ma che sarebbe divenuto, invece, un grande resort per milionari.

Oggi questo ‘progetto’ è stato presentato, con un linguaggio che merita un commento.

Alfredo e Diana Lowenstein, che hanno già trasformato Cafaggiolo in un altro resort, hanno detto che: «La scelta della Toscana è stata una scelta d’amore – perché la bellezza e la varietà del suo territorio, la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico-culturale delle sue città ci hanno da sempre affascinato. Il colpo di fulmine è scattato 50 anni fa, quando abbiamo trascorso la nostra luna di miele proprio a Firenze, scelta per la nostra grande passione per la storia della famiglia dei Medici e del Rinascimento. Oggi facciamo un primo importante passo verso il nuovo destino di questa struttura, con lo sviluppo di un progetto di valorizzazione che, dopo tanti anni di abbandono, ridarà lustro e vita ad un patrimonio di inestimabile valore. Ci proponiamo di offrire al mercato dell’ospitalità una proposta assolutamente originale, di carattere esperienziale, capace di trasmettere le suggestioni di luoghi secolari che fanno parte della storia di questa città. Ci ripetiamo spesso infatti quello che è il nostro primo intento: non essere i proprietari del Complesso Immobiliare di Costa San Giorgio, esserne solo i custodi. Un bene mobile o immobile si può acquistare, si può vendere, ma un’eredità storica e culturale non si può mercanteggiare, si può solo custodire, preservare, conservare per i nostri figli e per i figli dei nostri figli».

C’è qualcosa di oltraggioso in questo storytelling che trasforma una gigantesca (e legittima, vista la variante urbanistica concessa da Nardella) speculazione immobiliare in un atto di amore. C’è qualcosa di insopportabile in questa idea che prendere un monumento e trasformarlo in un hotel esclusivo a mille stelle sia ‘valorizzazione’. C’è qualcosa di degradante nel marketing per cui la storia della città diventa un’esperienza spray, tra una spa e un drink. C’è molta ipocrisia in questa idea di mercanteggiare dicendo di non star mercanteggiando.

Capisco che in un momento in cui la ricchezza dell’1% più facoltoso degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte quella del 30% più povero, gli addetti alla comunicazione sconsiglino gli speculatori di parlare di lusso.

Ma la verità è esattamente questa: Firenze diventa ancor più diseguale; il suo patrimonio pubblico viene privatizzato e messo al servizio del piacere esclusivo di pochi super ricchi; La Pira si rivolta nella tomba.

Siamo sconfitti e umiliati, e questa non è più una città: almeno non pigliateci in giro.
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