Da dove viene il Movimento 5 stelle
Piero Ignazi
«Manca una riflessione sul perché quasi un terzo degli italiani dichiari di voler votare il M5S. Le dimensioni del consenso grillino e la sua tenuta obbligano a prendere sul serio questo fenomeno». la Repubblica, 21 gennaio 2017



Lascia stupefatti vedere come la maggior parte della classe politica, salvo poche eccezioni, continui ad “ignorare” il Movimento 5 Stelle. Additarli come populisti - il che è solo parzialmente vero - o irriderli per le loro innumerevoli ingenuità e manchevolezze serve solo ad esorcizzare il problema. Manca una riflessione sul perché quasi un terzo degli italiani dichiari di volerli votare. Le dimensioni del consenso grillino e la sua tenuta obbligano a prendere sul serio questo fenomeno. Con una premessa. La politica italiana ci ha abituato alle sorprese e quindi nel giro di qualche mese tutto può cambiare. Ma ad oggi il M5S poggia su due solidi pilastri: la ricerca del nuovo e l’ostilità più ancora che il rifiuto del vecchio.

Partiamo dal secondo. Tutto ciò che si identifica con protagonisti, sigle e parole chiave della politica degli ultimi vent’anni viene rigettato in blocco, d’istinto. C’è una insofferenza di pelle alla politica del passato. I sostenitori del M5S non fanno molta differenza tra i protagonisti di quella stagione - anche se non dimentichiamo che tra i dieci candidati alla presidenza della Repubblica gli iscritti grillini avevano inserito Romano Prodi - perché rappresentano tutti un “regime”. Non usano questa parola ma è insita nel modo con cui vivono una stagione di regole e prassi del passato che, a loro avviso, devono essere archiviate perché rappresentano una gabbia di ferro - un regime appunto. Le litanie che i leader pentastellati snocciolano quando vanno in televisione sono irritanti per la loro banalità e ripetitività ma se le decodifica appare evidente che dietro c’è un chiaro messaggio di alterità a tutto.

Del resto, seppure su una scala diversa, la foga grillina ricorda l’emergere di Lega e Forza Italia dopo Tangentopoli. Anche quei protagonisti preconizzavano una cesura netta col passato e parlavano linguaggi incomprensibili agli officiati della politica tradizionale: i farfugliamenti secessionisti di Bossi e le tirate berlusconiane da anticomunismo quaranttotesco non avevano senso per chi era sintonizzato sul passato, ma venivano invece recepiti, eccome, da un nuovo elettorato: anzi da un elettorato in cerca del nuovo. Dietro quelle parole c’era un messaggio di rottura epocale. Come allora Lega e Forza Italia rigettavano i quarant’anni precedenti, così oggi i grillini rifiutano in toto la “seconda Repubblica”, gli ultimi vent’anni. Per questo il M5S è il portabandiera in pectore della “terza Repubblica”. Matteo Renzi era l’antidoto, rappresentava l’antagonista più pericoloso per il M5S perché alternativo e allo stesso tempo interno alla seconda Repubblica. Per mille ragioni che è impossibile approfondire qui, Renzi non è riuscito a disinnescare la mina grillina. Anzi vi è esploso sopra, gettandovisi di proposito, tra l’altro.

Il Movimento 5 Stelle si trova quindi a cavalcare da solo l’immenso territorio dell’insoddisfazione. Coglie il vento di quella sfiducia e persino rabbia, che da tempo cova nell’opinione pubblica da almeno un decennio. La contrapposizione tra centro-destra e centro-sinistra ingabbiava quei sentimenti perché convogliava, contenendole, le pulsioni “rabbiose” verso l’uno o l’altro schieramento. Lo sfarinamento di quella contrapposizione ha lasciato libero un elettorato pieno di frustrazioni che ha trovato in Beppe Grillo la sua icona. Nel settembre del 2007 il “vaffa day” raccolse centinaia di migliaia di persone in piazza, e altrettante firme per una serie di petizioni. La miccia era già accesa allora. Nessuno se n’è curato.

Comunque la vera sfida al M5S viene dal futuro. Che è il suo secondo pilastro. La voglia di novità, speculare al rigetto del passato, è una pulsione fortissima nell’elettorato pentastellato che, non a caso, è molto giovane. Il M5S viene visto come una forza proiettata nel futuro, anche per l’enfasi data alla rete. Ma fin qui è un futuro senza grandi contenuti. Al di là del reddito di cittadinanza, il M5S non veicola proposte mobilitanti. Buon segno, comunque, l’elaborazione di un poderoso documento sul futuro del lavoro affidato a un intellettuale indipendente come Domenico De Masi. La voglia di guardare avanti è insita nel Movimento e ne sostiene le fortuna; ma è una strada molto più impervia della protesta.
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