Aree EXPO e il renzismo di complemento
Luca Beltrami Gadola
Una vicenda, quella del riuso delle aree Expo 2015, come al solito opaca e gestita secondo le contingenti convenienze individuali, disancorata da una visione di ambito metropolitano e incompatibile con l'opzione, espressa dai cittadini nel referendum consultivo del giugno 2011, a favore della conservazione integrale del parco agroalimentare. Arcipelagomilano online, 18 gennaio 2017 (m.c.g.)

Non credo di essere un buon esegeta del renzismo perché è un percorso politico che a mio avviso non ha portato e non porterà dove si vorrebbe ma una cosa mi è chiara: di là dalle strategie banalmente di potere l’obiettivo era lo svecchiamento del Paese avviluppato in una rete di istituzioni inadeguate alla sua crescita, paralizzato da una burocrazia pletorica, inefficiente, castale e autoreferenziale e spesso funzionalmente incompetente, governato da una classe politica in parte intellettualmente vecchia, in parte incapace di declinare la propria ideologia per adattarla alla nuova società in balia di un travolgente cambiamento.

L’esito del referendum costituzionale, pur rappresentando solo un aspetto di quella politica, l’ha travolta tutta: una delle ragioni probabilmente è che il cambiamento in un Paese articolato come il nostro in tanti poteri diversi e spesso tra di loro conflittuali, con tante caste e burocrazie capillarmente insediate a presiedere la vita dei cittadini, con tante cattive abitudini e pigrizie ormai incistate, avrebbe richiesto una operazione di rinnovo molto difficile, capillare, una operazione alla quale le truppe di complemento del renzismo – i nuovi amministratori locali, il nuovo apparatchiks – non ha saputo far fronte. Nemmeno a Milano, l’isola renziana.

Le truppe di complemento sono il rincalzo a un esercito piccolo per la bisogna e che non riesce a formare nuovi soldati ma quelli di complemento hanno un difetto: sono l’espressione di un vecchio addestramento. Così è stato e così è.
La vicenda della aree Expo ha colto il renzismo in mezzo al guado e con truppe di complemento.

Arexpo è l’eredità pesante di una operazione da seconda repubblica con le sue compromissioni tra affari e politica: alla scelta di una localizzazione sbagliata si è aggiunta una gestione economica opaca e confusa nel groviglio del dare e dell’avere tra Expo 2015 Spa in liquidazione e Arexpo Spa, una società che solo con l’ultima assemblea del 30 novembre si è data un nuovo Statuto e ha definito la composizione del suo Consiglio di amministrazione e la sua mission: “Valorizzare, Trasformare, Innovare”. Una società pubblica di promozione immobiliare.

Al vertice di questa società c’è un consiglio di amministrazione di cinque persone: Giovanni Azzone, già Rettore del Politecnico, ordinario di Sistemi di controllo di gestione; Giuseppe Bonomi, una vita tra aeroporti e direttore generale della Presidenza di Regione Lombardia, Ada Lucia de Cesaris, avvocato amministrativista già Vicesindaco a Milano e Assessora al territorio; Chiara Della Penna, avvocata specializzata in diritto commerciale e in diritto anti trust; Marco Simoni, economista, della segreteria del Vice Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. In fine un direttore generale, Marco Carabelli, laureato in Economia e commercio, già direttore al Bilancio e programmazione, poi vicesegretario generale di Regione Lombardia.

Qualcuno può vantare una esperienza in promozione immobiliare? Chi li ha messi lì? Lo stato maggiore delle truppe di Complemento? Cerchiamo la competenza? Troviamo il manuale Cencelli, quello mai morto nemmeno nell’era renziana.

La verità è che Arexpo non è una società di promozione immobiliare: è tutt’altro, è un affare da seconda repubblica, uno snodo di interessi. La dimostrazione? Due fatti strettamente collegati: la redazione del documento di indirizzo e il recente bando del quale si parla in seguito.

Il Documento di indirizzo, dal titolo “Linee Guida del Piano Strategico di Sviluppo e Valorizzazione di Arexpo”, curiosamente ancora prima che il Governo entrasse come socio di maggioranza relativa (39,28%) Arexpo lo commissiona e lo ottiene da Pricewaterhouse Coopers e a Roland Berger – due società di consulenza – per farsi dire cosa fare di quelle aree. Quando mai una società di sviluppo immobiliare non sa cosa dovrebbe fare? Non ha le risorse interne per saperlo? Curioso.

Il documento prodotto nel settembre 2016, corposo, già dalle prime pagine dice che l’area Expo è il luogo ideale per un Parco della Scienza, del Sapere e dell’Innovazione. Solo per quello? Altre alternative no? Molte delle affermazioni per avallare questa ipotesi sono mere opinioni senza visibile supporto di ricerca: sembra più che altro un documento a sostegno di una candidatura.
Comunque. Parco della Scienza sia! Ma anche nuova localizzazione dell’Istituti Italiano di Tecnologia – assai discusso – e alcune università.

Lo Stato in novembre 2016 interviene con il Ministero dell’economia e delle finanze e nomina i suoi rappresentanti nella società. Il ministero dell’Università e della Ricerca incredibilmente non compare, forse nessuno lo interpella, forse questa operazione potrebbe essere collocata nel Programma Nazionale della Ricerca, che però è fermo al 2012 e che se fosse varato dovrebbe andare al CIPE per l’autorizzazione definitiva. Campa cavallo.

Arexpo comunque non si ferma e, sempre non sapendo bene di suo cosa fare, a dicembre fa un bando per la scelta di un unico contraente in grado di ideare e gestire lo sviluppo e la “Rigenerazione Urbana” dell’area ex Expo, cosa che invece il soggetto prescelto dovrebbe saper fare, ossia la gestione del masterplan secondo il documento di indirizzo e poi realizzare il tutto sulle aree, forte di una concessione di 90 anni. Un soggetto difficile da trovare viste le dimensioni dell’operazione, la sua complessità e la diversità dei ruoli.

Comunque Arexpo non ha dubbi e ha solo un problema: come si sceglie il soggetto operatore? Niente paura, la formula è quella prevista dal Codice degli Appalti: l’offerta economicamente più conveniente, quella usata per l’appalto della Piastra Expo e che ha riempito di sé le cronache giudiziarie, formula che i tribunali si ritrovano sempre quando si parli di malaffare, opacità e abusi. Usare però questo procedimento di scelta del contraente è fuori luogo: è un meccanismo per appaltare opere edili, non certo scegliere un piano che preveda un intervento urbanistico.

Ma ammettiamo pure che in questo caso tutto, nella più assoluta legalità, sia logico e coerente. Sapete chi deciderà i destini della più grande trasformazione territoriale del milanese? Una commissione, quella prevista Codice degli appalti, che valuterà, secondo certi parametri predefiniti, l’offerta economicamente più vantaggiosa: vantaggiosa per chi? Per pagare i debiti di Arexpo? Chi ci sarà in quella commissione? In rappresentanza di chi? Della ricerca? Dello sviluppo economico del Paese? Di Milano? Della città metropolitana? Chi valuterà onori e oneri per Milano? Oneri per manutenzioni delle aree, delle opere di urbanizzazione, per nuovi trasporti pubblici indispensabili? Per 90 anni? In un mondo che cambia e dove, se tutto va bene, siamo a stento capaci di fare programmi a 5 anni, la durata di un governo o una consigliatura comunale?

Un dettaglio: prima di partire con l’attuazione bisognerà probabilmente arrivare a un nuovo Accordo di Programma, perché le necessarie autorizzazioni competono al Comune di Milano. E se l’accordo fa la fine di quello per gli scali ferroviari?Un bando così forse andrà deserto, comunque non è per il mercato italiano e per finire è l’abdicazione a un ruolo di governo del territorio: il governo non si appalta.

Fermiamo il bando fin che siamo in tempo e ridefiniamo i ruoli. Quel che c’è oggi è frutto del lavoro di truppe di complemento, da rottamare: un renzismo che tradisce Milano.
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