«Non ho giurato fedeltà a questi politici indegni»
Errico Novi
«Il sostituto del processo Stato-mafia, Nino Di Matteo,  spiega, stavolta da Palermo, perché si batte per il no al referendum: "Obbedisco solo alla Costituzione, non ai governi"». Il dubbio online, 18 novembre 2016 (c.m.c.)


«Noi non facciamo spot. Parliamo della riforma costituzionale, certo, ma proponiamo discussioni di merito». Michele Pagliaro fa di mestiere il sindacalista: è il segretario della Cgil Sicilia. Annuncia l'incontro palermitano che di lì a poche ore, mercoledì pomeriggio, vedrà sul banco degli oratori il pm antimafia Nino Di Matteo. Titolo: "Le nostre ragioni del no". Promotore, con l'organizzazione di Susanna Camusso, l'Associazione nazionale partigiani, rappresentata dal presidente Carlo Smuraglia. Location austera come si conviene: la sede della Società di Storia patria, nel cuore del capoluogo siciliano.

 Ma con Di Matteo non ci si limita mai alla sobria accademia. C'è sempre un tocco di appassionato furore, che neanche stavolta il magistrato fa mancare. L'apice arriva quando il sostituto che rappresenta l'accusa al processo Stato-mafia spiega perché lui, magistrato, attacca a testa bassa la riforma e suoi promotori: «Ci sono momenti in cui un magistrato ha il dovere etico di esprimersi: io non dimentico di aver giurato fedeltà alla Costituzione, non obbedienza ai governi o ad altre istituzioni politiche, né alle persone che rivestono, alcune volte anche indegnamente secondo il mio parere, le cariche istituzionali».

Toni da crociata, che trovano ispirazione nell'idea del giudice come paladino estremo della Costituzione, illustrata mesi fa da un altro pm palermitano, Roberto Scarpinato: «La magistratura deve vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze di governo», disse a Repubblica il procuratore generale, «e fra più interpretazioni possibili della legge, deve privilegiare quella conforme alla Costituzione». Fino a impedire che, di quest'ultima, le «maggioranze» possano arrivare ad alterare i principi fondamentali.

Di Matteo come Scarpinato, dunque: guardiano estremo della democrazia, pronto a battersi contro gli altri due poteri dello Stato. Certo sarà inevitabile d'ora in poi leggere all'interno di tale quadro ideologico i diversi aspetti della vita pubblica del pm Di Matteo, dalle sue accuse al processo sulla "trattativa" alla sua aspirazione a far parte della Direzione nazionale antimafia (è di nuovo in lizza per uno dei 5 posti di sostituto, dopo aver rifiutato di esservi trasferito d'ufficio dal Csm).

E diventa d'altra parte difficile ricordarsi che Di Matteo è un pubblico ministero quando dice, come ha fatto sempre giovedì a Palermo, che «la riforma è stata adottata e votata da un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata illegittima dalla Consulta» e che «un Parlamento così eletto non è moralmente legittimato a modificare la Costituzione». Nessuno in platea gli chiede di indicare il punto in cui la Carta parla di legittimazione morale a riformarla.

All'incontro organizzato da Cgil e Anpi, il pm ha sfoderato tutto l'armamentario oratorio già visto in recenti altre uscite referendarie, a Firenze per esempio: la riforma firmata da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, dice, «segue un percorso di sostanziale restaurazione, una svolta in senso autoritario». La magistratura deve schierarsi in prima linea per impedire che sia portata a termine l'offensiva contro le istituzioni democratiche. Anche perché la riforma produrrebbe sul potere giudiziario «gravi conseguenze».

Comprometterebbe in modo irreparabile il «delicato equilibrio, fondamento di ogni democrazia, del principio di separazione dei poteri: c'è il rischio di sbilanciarlo», appunto, «a vantaggio del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario». La maginot è la Costituzione che non va «cambiata» ma semplicemente «applicata», a partire da quella che evidentemente per il pm della "trattativa" è l'architrave dello Stato moderno: «Considerare mafia e corruzione come negazione dei principi costituzionali e principali fattori di inquinamento della democrazia».

Il merito di cui parlava il povero segretario della Cgli Pagliaro resta schiacciato dalla metapolitica: Di Matteo si limita all'ormai consumata tesi per cui «non si può scindere il giudizio sulle modifiche alla Costituzione da quello sulla legge elettorale, che sacrifica il principio di rappresentatività sul totem della stabilità dei governi». Spunta se non altro uno slogan originale: «Si passa da un bicameralismo perfetto a uno confuso». Perché? «Il Senato continuerà ad esistere: si ingenererà una confusione totale sull'impiego part time di consiglieri regionali e sindaci, che dovranno svolgere entrambe le cariche».

Tutta qui, la nuova Costituzione che Renzi vorrebbe far ingoiare agli italiani. «L'unica certezza sarà l'acquisizione di spazi di immunità penale per consiglieri e sindaci, che, senza voler colpevolizzare in maniera generalizzata, sono largamente interessati da indagini e processi in corso». Ecco. E qui interverrà la magistratura inquirente igiene del mondo. Senza neppure dover forzare la legge all'interpretazione più fedele alla Carta, come predica Scarpinato.
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